Sono angosciata per esser costretta a casa, ma anche di uscire

La fase 2 consente di uscire di casa per lavorare, per passeggiare, ma molte persone mi hanno chiamato al servizio di emergenza, presi da attacchi di panico.

Tempo fa pazienti del servizio emergenza Covid-19 mi chiamavano a causa di un senso di claustrofobia che, con il passare dei giorni e delle settimane, cresceva senza fermarsi mai.

Qualcuno mi diceva: …mi sembra di impazzire stando sempre dentro casa… mi sembra di non poter respirare, a volte mi getto nel letto e debbo prendere dei calmanti per cercare di reagire: oggi sono uscita quattro volte per fare una spesa, di cui non avevo proprio necessità, solo perchè avevo solo bisogno di respirare. Fino a quando durerà questo incubo, cosa mi succede?

In tal modo si esprimono molte giovani donne, dai trenta ai quarant’anni, e giovani adolescenti maschi. Ma in particolare mi hanno fatto molta tenerezza le persone anziane, dai settanta agli oltre ottant’anni, che sono fisicamente in buona salute e che si lamentano per il senso di oppressione…

Si tratta sempre di leggeri disturbi di claustrofobia, ma a volte anche importanti.

Si può comprendere che nessuno di noi era stato abituato a un regime cosi rigido di contenimento a casa, continuo e per tanto tempo, senza saper quando poter uscire da questa sorta prigionia. Gli ultra ottantenni rammentano situazioni simili durante la seconda guerra mondiale e appunto per questo soffrono ancora di più, perché alle guerre atroci non si fa l’abitudine, ma al contrario gli anziani vorrebbero rimuovere i ricordi terrificanti di quei tempi tetri.

Si, perché la casa è diventata una prigione per alcune persone di tutte le età, in particolare per i bambini e per gli anziani e forse ancora di più, proprio perchè appartengono alla categoria sociale considerata socialmente tra i più deboli.

I bambini vogliono tornare a scuola, perché hanno bisogno di contatto concreto, di giocare con gli altri amichetti, di veder gli occhi delle maestre con le quali avevano iniziato quotidianamente un rapporto che d’improvviso si è interrotto.

Gli anziani, specialmente in buona salute fisica ma soprattutto mentale, seppur in pensione continuano a lavorare in tanti modi.

Il lockdown per molti di loro è insopportabile. Infatti il corso della loro vita non sarebbe percepito limitato a causa della loro età anagrafica, ma il lockdown fa sentire inesorabile il fine corso.

Da persone attive come sempre, sono costrette a rimuginare continuamente a un futuro che appare, in questi casi di costrizione, privo di senso e di de-personalizzazione del Self.

L’obbligo di non uscire di casa è vissuto come un tempo limitato di vita che è violentemente sottratto al loro esistere.

Cito sintetizzando alcuni tra i pensieri di fondo che ho raccolto in molti colloqui con gli ultra settantenni:

… ormai sono giunto quasi alla fine dei miei giorni, forse non potrò già da ora ritornare a vivere quei momenti di felicità trascorsi in quel posto con i miei cari, morirò quì dentro, nessuno potrà tirarmi fuori da quì… perché io ormai non conto nulla, non ho più peso per nessuno, non faccio guadagnare nessuno… la società vede solo che sono vecchio e si dimentica di me, come anche spesso i miei figli! La gente preferisce non vedermi in giro perché non produco, cosicché rimane spazio solo per i giovani…

Tante altre situazioni delle quali gli anziani hanno nostalgia e rimpianto vengono percepite come non raggiungibili, poiché non ci sarà più tempo per loro.

Solo quando gli anziani sono dementi o soffrono del disturbo di Alzheimer o di altre patologie neurologiche sono rassegnati a rimanere a casa perché sono sopraffatti dal bisogno prevalente di essere protetti e perché percepiscono a quel punto la loro reale impotenza: quindi non desiderano più sentirsi protagonisti del mondo esterno e scivolano in depressione cronica.

Certo la società potrebbe essere più attenta agli anziani e considerare anche in questa circostanza più realisticamente ciò di cui hanno bisogno proprio nel momento nel quale sentono questo desiderio.

In effetti il premier del Regno Unito, Boris Johnson, rivolto alla nazione, all’esordio del coronavirus, pensando all’immunità di gregge, tentava di preparare la comunità inglese dicendo: preparatevi poiché molti dei vostri cari nonni moriranno restando a casa…

E così anche von Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, aveva immaginato di risparmiare dal virus gli ultra sessantenni tenendoli reclusi a casa, anche in questo caso allo scopo di tener in giro meno gente possibile.

Il Governo italiano sembra non rassegnarsi a rinunciare a questo stesso proposito, specialmente nel caso di nuovi focolai.

Stare a casa per oltre due mesi vuol dire adattarsi con molta fatica ad abitudini assai rituali:

si fanno sempre le stesse cose, specialmente se la casa dentro la quale si è costretti a stare è piccola. Spesso si coabita con altri familiari, il partner, i bambini e addirittura con anziani.

Ora è bene comprendere che le abitudini fortemente modificate a causa del lockdown si trasformano paradossalmente a livello inconscio in punti di riferimento interiori che servono ad adattarsi a una situazione di continuo sacrificio.

I rituali e gli spazi razionalizzati, quelli a disposizione che spesso indicano la ristrettezza nella quale si è costretti a vivere, cioè lo scarso spazio a disposizione, funzionano per disegnare a improvvisare l’dentità di ciascuno.

Sono esperienze che ricordano gli spazi dove tu ti devi collocare. Ciascuno deve trovarsi uno spazio angusto, ma ci sarebbero alcune esigenze che non possono essere rispettate: si mangia quel che si può. In queste aree di pochi centimetri devi far spostare le tue cose, i tuoi effetti, collocati per esempio nel bagno con tutti coloro che coesistono in quello stesso spazio.

Ora torniamo alle persone che oggi hanno paura di uscire di casa. Perché allora in molte donne uomini, e addirittura le stesse che soffrono di claustrofobia, s’affaccia l’angoscia di uscire di casa?

Uscire di casa per fare cosa?

Troppo in fretta il nemico invisibile ha interrotto la nostra vita chiudendoci in casa senza lasciarci la possibilità di dire: ehi un momento!

Tornare fuori significa riprendere il lavoro interrotto bruscamente, ahimè con la consapevolezza di affrontare difficoltà sempre maggiori, forse per perdere poi il posto di lavoro, per non guadagnare niente…

Al di là delle angosce che accompagneranno le persone scosse dopo lo stress del contenimento a casa, il ritrovarsi nella realtà sociale potrà produrre molti più traumi.

Il ritorno alla vita verso una situazione che si ricorda abbastanza normale implica una serie di enormi difficoltà.

Penso che gli esperti del settore psichico, psicologi, medici specialistici, psicoterapeuti, neuro-psichiatri, neurologi, saranno impegnati in vari modi  a comprendere e accompagnare molte persone verso questo difficile inserimento.

Lo standard di vita assunto con difficoltà dalle famiglie con bambini, anziani malati, ricombinando le situazioni di vita, ha inviato inconsciamente un messaggio: rassegnati !

Non devi uscire di casa, altrimenti ti puoi ammalare, morire, oppure infettare tanta gente anche tra cui i tuoi cari. Devi approfittare di questo tempo per rilassarti, fare cose che di solito non si ha i il tempo di fare, ecc.!

Chi si è adattato con fatica, con quello sforzo che possiamo immaginare nelle singole e specifiche situazioni, oggi deve assumersi la responsabilità di tornare fuori nel mondo.

Molti indugiano a uscire nonostante possano farlo. Temono il virus, le infezioni, ma anche di tornare a una situazione di stasi economica, e inconsciamente vorrebbero mantenere la catarsi dagli impegni.

In verità, molte persone si sono addormentate, si sono auto anestetizzate per oltre due mesi.

Il sonno abulico ha annoiato e pietrificato i movimenti di alcune donne e uomini  facendoli piombare in uno stato di letargia psicologica. Riprendere la vita di prima con le frustrazioni attuali è per molta gente assai difficile, certo per altre persone lo sarà molto meno.

Una certa depressione ha invaso lo spirito di molte persone attive che non si sentirebbero di re-immergersi in complicazioni più grandi di prima. Il Passata è la tempesta… odo augelli far festa, non si adatta in questo caso, come invece funzionò nel dopoguerra del 1946. E’ auspicabile che la Rinascita avvenga dopo il funerale del virus invisibile e proditore.

Penso che tutto quel che è avvenuto e avverrà non sia stato ancora metabolizzato e che uscire in queste condizioni di frustrazione sia come uscire dal cinema, avendo visto un incomprensibile e orrendo film essendo stati derubati del nostro portafoglio.

Siccome gli esseri umani non sono macchine, dobbiamo comprendere che molte persone, forse un po’ fragili per vari motivi, soffrono e nel ritornare alla vita attiva e produttiva cadono in forse pregresse ma severe depressioni.

Consideriamo che alcuni detenuti, in particolare quelli che hanno scontato una lunga pena in carcere che ovviamente desiderano la libertà, alla fine della detenzione necessitano di aiuti professionali per reinserirsi socialmente dopo un periodo di passività.

La situazione del contenimento sociale è certamente diversa da quella carceraria, ma la psicodinamica potrebbe essere simile.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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