Sentimento di solitudine: un’osservazione psicoanalitica

Sentimento di solitudine: un’osservazione psicoanalitica

Il sentimento di solitudine può essere sperimentato in modo lieve, e spesso anche cercato, talvolta può essere invece drammatico.

Nell’accezione più grave il vissuto è devastante e si collega al passato antico di quel soggetto che non sia riuscito a viversi libero, non convinto di potersi allontanare dalla figura materna internalizzata e sperimentare la propria vita di individuo adulto.

L’angoscia di perdita può essere sperimentata anche a causa della separazione da figure vicarianti (fidanzate, mariti), figure comunque tutte derivanti dallo stesso nucleo primitivo della relazione con la madre.

La solitudine di queste persone riguarda uno stile di vita che indica che esse si sentono sole come se fossero state abbandonate senza ricevere ciò che era necessario per camminare da sole.

La solitudine è un sentimento, ma anche una condizione che gli esseri umani possono scegliere di provare, oppure non riuscire a non subire.

Ci sono persone che per indole o per reazione a esperienze deludenti o per entrambi i motivi, decidono di isolarsi e allontanarsi dalle altre persone in maniera parziale, oppure drammatica. In questo ultimo caso i motivi dell’esclusione sono associabili a eventi vissuti come traumatici. Chi si isola in tal modo può di colpo smettere di frequentare tutte le persone di sua conoscenza e decidere di trasferirsi in un luogo lontano, appartato, senza mezzi di comunicazione.

Un certo forte isolamento è da intendersi come una difesa non consapevole dal proprio dolore psichico. Spesso si tratta di una ricerca di spazio che frapponendosi tra il mondo e se stessi possa proteggere dai presunti attacchi provenienti dal mondo esterno e raggiungere un senso di pace. Ci sono persone che si recano nel deserto o in eremi di montagna per trascorrere un periodo di tempo isolati e meditare. Il fine è ottenere libertà del proprio spirito e una catarsi di molti fantasmi che lo opprimono.

Ci sono anche persone, cosi dette apatiche, oppure timide, che rifuggono gli altri e si nascondono, cercando di non apparire per non affrontare il contatto con l’altro.

Quando lo stato di isolamento è drammatico e mantiene una finalità del tutto catartica, mira a permettere al soggetto di concentrarsi su se stesso al fine di meditare e di dialogare con i propri interlocutori interni: ritiro (withdrawal).

Ma la solitudine può riguardare un aspetto molto più comune, cioè un sentimento angoscioso connesso con l’essere abbandonati da qualcuno o qualcosa.

In inglese il concetto abbandonico di solitudine viene espresso con loneliness che indica perdita (sense of loss),  sconforto, tristezza e malinconia connesso con il senso di separatezza (separateness) in genere da una figura umana, ma anche da animali domestici da cui si sente di dipendere, cioè di aver stretto bisogno di vicinanza e contatto fisico in maniera più o meno intensa. Le perdite di queste figure possono essere avvertite come assai minacciose, come se i soggetti che le subiscono non potessero più sopravvivere. Dal sentimento di loneliness (solitudine da abbandono) che si differenzia da essere soli (solitudo), derivano emozioni che esprimono altre sfumature della solitudine. Si tratta per lo più di emozioni che riportano all’esclusione dagli altri (exclusioness), unicità nel senso di essere strani (singularity), all’essere emarginati e reclusi (marginalization, seclusion).

Il sentimento di solitudine come abbandono, che può essere avvertito come devastante e si accompagna ad emozioni d’angoscia profonda e di disperazione, ha sue radici profonde.

In tutti gli adulti il contatto con il mondo è gestito attraverso lo stesso contatto con le nostre stesse attività e operazioni quotidiane. Queste permettono il controllo cosciente e consapevole attraverso le quali inoltre l’Ego utilizza il pensiero logico. Le parti razionali quindi presiedono il governo della nostra vita, anche se di norma possiamo essere turbati dalla perdita di una persona cara. Infatti le nostre parti adulte, pur turbate da una grave lutto o perdita, sono in grado di gestire l’angoscia e di metabolizzare il legame che è andato perduto, trasformandolo in un interlocutore inconscio di noi stessi (introiezione). Succede pertanto in questi casi che l’elaborazione del lutto, pur portando una certa melanconia, consente un dialogo inconscio con l’oggetto perduto di cui per esempio possiamo avere traccia e testimonianza attraverso i sogni.

Ma in particolare quando il legame con l’oggetto fondamentale è avvenuto nel nostro antico passato remoto, cioè per esempio nella prima infanzia, l’evoluzione di questo contatto, e successivo rapporto, può rimanere non convincente

Cosa intendo quando parlo di rapporto non convincente?

Quando si è adulti, l’affetto verso l’oggetto d’amore primario rimane importante, ma non non convincente se questo è rimasto troppo ambivalente, cioè fatto di emozioni e sentimenti troppo conflittuali e confusi, per esempio quando i genitori sono troppo possessivi, iper-protettivi e ansiosi, a volte gelosi e competitivi tra loro. Succede allora che queste figure adulte appaiano insicure, incoerenti negli atteggiamenti. Insomma tali messaggi non giovano alla sana evoluzione. Sappiamo che una certa dose di ambivalenza da parte dei genitori è inevitabile, ma ciò può non implicare alcun danno perché nella loro funzione genitoriale si comportano comunque come possono, in quanto persone, con pregi e limiti, quasi sempre in buona fede.

L’ambivalenza però, quella che funziona nei messaggi affettivi come contraddizione e incoerenza, grande insicurezza o inconsistenza, può lasciare nel bambino a sua insaputa un senso di mancanza, insoddisfazione e di insicurezza. Tutto ciò impedisce un’evoluzione armonica dell’affetto e costringe a livello inconscio a mantenere una forte dipendenza spesso simbiotica all’oggetto d’affetto. L’oggetto quindi, come la figura materna in questo caso, si trasforma in un’immagine introiettata e viene idealizzata in eccesso al fine di coprire i limiti eventualmente percepiti per ottenere soltanto ciò che è idealizzato e quindi gradito.

Pertanto succede che il bambino di fronte a una situazione incoerente (strange situation) del genitore ansioso, insicuro – come nel 1970 la psicoanalista Mary Ainsworth osservò – mantenga l’antica e originale dipendenza, anche simbiotica, in età adulta.

Le persone coinvolte in queste situazioni continuano a sentirsi dipendenti da tutte quelle figure che potrebbero essere state investite come figure dalle quali dipendere come se fossero materne. L’antico vissuto che lega alla madre onnipotente idealizzata continua a far sussistere la dipendenza anche da figure affini che si prestano a rievocare inconsciamente l’antico nucleo origine della profonda dipendenza.

Il vissuto del soggetto dipendente è ormai ostracizzato per sempre come a richiedere all’infinito un’approvazione e autorizzazione ad essere libero.

La persona dipendente può provare anche un certo senso di impotenza perché si sente come braccata, come prigioniera dei suoi stessi pensieri o della situazione in cui sta vivendo. Non percepisce come il cambiamento sia possibile o di poter evolversi senza notevoli difficoltà.

E’ comprensibile come i soggetti che, pur funzionando normalmente nella vita, soffrano ancora a livello inconscio di una ferita antica che li lega al passato e che la loro intelligenza e la ragione evoluta non li abbia convinti a funzionare come individui autonomi.

Queste persone possono soffrire a lungo, se non per sempre, perché non sanno che non possono accettare la separazione e la perdita di figure fondamentali a cui, pur in maniera conflittuale e ambivalente, si sentivano simbiotizzate.

In questo caso il sentimento di solitudine è costantemente pervasivo e caratterizza un sentimento di abbandono, di perdita e di colpa.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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