Effetti collaterali della super-tecnologia

Effetti collaterali della super-tecnologia

Il matematico Charles Babbage già nel 1833 aveva inventato la macchina analitica che in qualche modo poteva introdurre il futuro computer da tavolo (desktop) che in effetti un secolo e mezzo dopo, nel 1975 fece realmente la sua prima comparsa in California.

Le molte versioni dei computer si sono in seguito evolute continuamente lungo gli anni 80 e 90 per poi negli anni 2000, grazie a Bill Gates, Steve Jobs, per diventare definitivamente gradito e consacrato da quasi l’intero mondo. Il computer  in piccola dimensione come strumento che per la sua incredibile utilità e comodità di mezzo informativo/cognitivo e per l’istantanea possibilità di conoscenza e comunicazione appare oggi indispensabile.

Mark Zuckerberg negli ultimi 10 anni con l’invenzione di facebook ha incredibilmente diffuso la pratica della comunicazione dei social,  innanzitutto tra i più giovani, e oggi anche tra la gente di tutte le età.

La massiccia e continua inter-comunicazione di molte persone ha indotto, specie tra adolescenti verso un condizionamento e una certa dipendenza da internet e dagli stessi dispositivi e che in alcuni casi, appare anche quanto sia diventata sia frenetica che compulsiva.

Oggigiorno i computer che ormai sono familiari a una buona parte della popolazione globale,  dalla loro versione leggera e maneggevole (laptop) sono stati sintetizzati nei tascabili tramite lo smartphone. Questi ultimi telefoni intelligenti hanno ottenuto un grandioso successo nella gente dei quali una buona parte usa il piccolo telefono ad ogni istante della giornata anche sotto forma di video messaggi.

Ma cosa succede nella mente dei giovani mentre usano sempre e solo gli strumenti digitali? La capacità di scrivere si indebolisce perché si perde gradatamente l’abitudine e l’attitudine a scrivere, cosicché molti nativi di internet non sanno più usare la penna, nel senso calligrafico, ma nemmeno in senso grammaticale e sintattico: infine ci si accorge che alcuni non sono più in grado di scrivere correttamente nella loro lingua madre. Seppur iscritti all’Università, non è raro incontrare studenti che nelle loro descrizioni tematiche siano imprecisi e incoerenti a tal punto che i loro scritti risultino incomprensibili a chi legge.

A forza di usare solo il computer, non ci si accorge che, scrivere unicamente digitando, implica automatismi come il correggere il testo tramite il dispositivo correttivo, cosicché il risultato di ciò che si è digitato è in realtà ottenuto per tentativi in virtù dell’assistenza tecnica, quindi per prove ed errori. In tal modo ben poco si impara a scrivere migliorandosi poiché la fantasia è imprigionata dai tasti del computer.

Inoltre succede che molte delle informazioni che i giovani hanno acquisito non derivano dalla lettura di testi, ma esse sono extrapolate dai social . Si tratta di testi attraenti che più che essere letti sono guardati per effetti visivi attrattivi e suggestivi come la pubblicità in TV che è subliminale, immediata, impressionistica, fatta di icone efficaci per indurre a compiere acquisti dei prodotto in vendita.

E’ noto da molto tempo che una buona parte dei possessori di smartphone legge poco o niente, e ciò che costoro leggono deriva dalle informazioni dirette dei social le cui notizie sono telegrafiche, prive di ogni riflessione che solleciti la più piccola elaborazione psicologica.

I commenti nei social appaiono basati su risposte binoviali del tipo, bello/brutto, grande/schifo, vero/falso, ecc …

Leggere si sa, implica un minimo sforzo di concentrazione della mente che però permette di pensare a ciò che sta scritto e al senso che implica per estensione ad altre situazioni che possono avere alla base denominatori comuni. Si può dire che il senso di ciò che si legge equivale a una sorta di nutrimento che quasi sempre arricchisce lo spirito. La propria sensibilità, grazie all’ascolto delle proprie emozioni che andrebbero maggiormente rispettate, e date loro un certo spazio psichico può allargare i propri punti di vista mentali.

Le informazioni dirette che ci giungono invece, se invece sono appena guardate, suonano come base in noi in modo prevalentemente quantitativo e sempre meno qualitativo, cioè come suonano come dati o numeri che rendono soltanto l’idea di quanto una situazione sia più grande o quanto, sia  più piccolo di qualcosa rispetto a qualcosa d’altro.

Se capita tra persone di parlare di un importante capolavoro letterario, si realizza che la maggioranza dei giovani non lo conosce, ma qualora qualcuno lo avesse sentito nominare, emerge che la ridondanza avviene a seguito di un film visualizzato, ma mai che l’originale fonte, il libro dell’autore sia stato letto.

Il sociologo Giovanni Sartori osserva che guardare è più facile che leggere perché questa ultima attitudine implica decodificare segni e pensare a concetti astratti che debbono comparire sensati dalla nostra mente secondo una certa sequenza intellettiva. Nel guardare e vedere in un monitor si colgono invece immagini simultanee dove non c’è alcuna priorità di particolari, ma ciò che balza agli occhi è un insieme (gestalt).

Il mondo tecnologico dei giovani è fatto di strumenti audio-visivi che impegnano l’udito-vista e che sviluppano alcune percezioni che escludono il pensare, il sentire, e riducono la generale sensibilità disposizione che è dovuta all’attivazione e ascolto delle proprie emozioni.

L’homo sapiens attraverso la tradizionale scrittura è in grado di decodificare i segni dell’alfabeto e ripensarli astrattamente attribuendoli in modo concettuale ad oggetti simili tra loro che hanno in comune la propria origine. Ad esempio il cavallo può essere un’icona scritta che presuppone come pensabili un’infinita serie di cavalli. Ma se invece di leggere, vediamo solo immagini, il cavallo è percepito solo in modo simultaneo, cioè è quello che vediamo in quel momento e non è più pensabile come categoria astratta e utilizzabile per pensare ai possibili altri cavalli che incontreremo in futuro.

Per un bambino essere a scuola tutto il tempo davanti a un computer può significare che egli rischi di imparare solo a ricevere informazioni e non avere lo spazio psichico per pensarle o rielaborarle.

Mi viene in mente il filosofo Berson che già nell’800 osservava la tecnologia dell’orologio  perché i tempi evidenziati nel conta-ora sono calcolati come una successione di istanti della stessa durata, cioè di un tempo basato soltanto sul movimento delle lancette dell’orologio.

Il tempo spazializzato non è dunque il tempo dell’uomo che invece percepisce il senso del tempo in modo naturale e in modo soggettivo, cioè in base al proprio mondo psichico interiore, cioè quello della coscienza.

Non solo, ma se pensiamo che oggi molti orologi elettronici riportano sul minuscolo display nemmeno più il tempo spazializzato, ma più direttamente il tempo tradotto in crudi numeri, possiamo ricavare l’ipotesi che solo i risultati finali siano importanti per la conoscenza.

Si può considerare quanto detto come una metafora che indica che, se persino trascuriamo lo spazio dell’orologio classico che é attraversato dalle lancette e si sincronizza con il nostro spazio psichico, il grezzo numero che indica l’ora convenzionale svela un mondo umano in parte fatto una mera quantità di numeri a cui adeguarci passivamente.

A mio parere, i giovani all’inizio della loro vita se immersi subito in un’era tecnicizzata, rischiano di confondere la forma con il contenuto, la musica con lo strumento.

E’ per fortuna chiaro che la tecnologia in mano a persone adulte e di esperienza non comporta alcun rischio, ma risulta assai utile e promettente per diffondere dati e notizie utili al miglioramento di un mondo in evoluzione; occorre però fare attenzione al proporre ai bambini sin dall’inizio della loro vita metodi cognitivi di informatizzazione dove contano solo i dati, mentre viene a mancare il pensiero di qualità che richiede sensibilità e ascolto delle proprie emozioni.

Mi sembra di vivere in un’epoca dove il senso di libertà sia associato alla tecnologia miracolistica dei robot che si perfezionano sempre più per appagare sempre più urgenti bisogni, ma che ci fanno disapprendere di essere attivi e di camminare con le nostre gambe.

In altre parole, il  mondo computerizzato potrebbe per i giovanissimi costituire un attentato alle menti di qualcuno, anche come modello di stile di vita, perché potrebbe rappresentare un attentato al mondo interiore e alle sue emozioni.

La tecnologia potrebbe farci aumentare le pseudo-emozioni quelle difensive che nascono come espressione della aumentata insicurezza psicologica di alcuni e che soppiantano quelle autentiche.

L’automatismo elettronico insito nelle neotecniche potrebbe illuderci nel farci godere di un aumentato potere di libertà quando in realtà si è solo creato in noi un mondo virtuale anziché concreto.

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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