Roberto Pani, psicoanalista a Bologna
Osservando e ascoltando i punti di vista comuni di molte persone, e anche di alcuni miei stessi pazienti — che spesso rappresentano un campione sensibile della nostra normalità culturale italiana — emerge una tensione silenziosa ma costante: l’Occidente, nel suo insieme di Paesi, sembra sospeso tra una tendenza mentale verso l’apertura al mondo globale e un inatteso ritorno al provincialismo.
Viaggiamo, comunichiamo in tempo reale tramite i social, siamo esposti a culture, cucine e stili di vita lontani. L’individuo contemporaneo sembra abitare uno spazio mentale più ampio, quasi senza confini. È una condizione che promette libertà, espansione, possibilità, stato di diritto e democrazia.
Eppure, proprio mentre il mondo si allarga, qualcosa dentro di noi sembra restringersi. Si diffonde lentamente un bisogno di appartenenze più ristrette, di identità definite, talvolta rigide. Non si tratta più del vecchio provincialismo geografico, ma di un provincialismo psicologico: una tendenza a ritirarsi dalla complessità verso ciò che è familiare, conosciuto, rassicurante.
Il provincialismo, allora, non è soltanto un limite culturale: è anche una risposta difensiva alla fatica di sostenere la complessità.
Questa doppia spinta non rappresenta necessariamente una contraddizione, ma una coesistenza. Lo stesso individuo può essere curioso del mondo e, nello stesso tempo, diffidente verso ciò che lo destabilizza. Può viaggiare, informarsi, aprirsi, ma anche chiudersi in semplificazioni, stereotipi, nostalgie identitarie. In termini psicologici, potremmo dire che l’ampliamento dell’orizzonte esterno mette continuamente alla prova l’equilibrio interno.
In termini psicodinamici, potremmo dire che il baricentro del sentirsi esistenti si è progressivamente spostato dall’Ego autentico verso la costruzione di un Sé apparente. In molte persone il soddisfacimento non sembra più coincidere con il raggiungimento di valori o obiettivi profondamente sentiti, quanto piuttosto con il riuscire a occupare, nello sguardo dell’altro, una posizione riconosciuta come desiderabile o persino invidiabile.
È una soddisfazione mediata, indiretta, quasi delegata.
In Sigmund Freud, l’Ideale dell’Io rappresenta quell’istanza interna che guida ciò che sentiamo come degno, riuscito o desiderabile. Oggi però questo interlocutore dell’Ego — una delle molte voci interiori che partecipano alla costruzione del nostro vissuto — sembra sempre più colonizzato dall’esterno.
In Jacques Lacan diremmo che il soggetto tende a diventare l’oggetto del desiderio dell’Altro: non sono soddisfatto per ciò che possiedo realmente, ma perché sono visto come colui che possiede ciò che altri desiderano.
Così una delle voci interiorizzate assume un ruolo dominante non perché autenticamente espressione dell’Ego, ma perché più adattiva sul piano sociale. Il soggetto finisce col sentirsi esistente soprattutto attraverso l’immagine che riesce a produrre negli altri. È qui che emerge il conformismo difensivo: una struttura che protegge fragilità e inconsistenza interiori attraverso l’adattamento sociale.
Potremmo dire che il conformismo rappresenti, per molti giovani, una soluzione apparentemente più semplice di fronte alla complessità di un mondo tecnologico e ipercompetitivo, nel quale prevale spesso la reificazione dei valori. Essere spontanei e autentici significa invece sentire di possedere dentro di sé un piccolo mondo interiore vivo, capace di suggerire desideri, obiettivi e direzioni autenticamente propri.
In una parte dei giovani contemporanei sembra invece prevalere una forma di nichilismo che si manifesta come fragilità, senso di vuoto e disorientamento. L’autenticità interiore non trova facilmente approvazione sociale e spesso costringe l’individuo a difendere e spiegare continuamente la propria posizione esistenziale.
I giovani pazienti disorienati che vivono una vita passiva e vuota sperimentano un’angoscia atipica e spesso capitano da uno psiconalista e si aspettano che il professionista riempia il loro mondo interno di convinzioni. Bramano ottenere contenuto in cui credere, quelli che loro non sentono; pensano a chi possa loro suggerire cosa fare della loro vita, cosicché sono arrabbiati perché vorrebbero ottenere tutto e subito.
In altri termini, invece di integrare le diverse componenti del proprio mondo interno, l’Ego sceglie difensivamente la voce che appare socialmente più premiata, ignorando le altre e costruendo così una coerenza soltanto apparente.
Qui il richiamo è vicino al concetto di falso Sé proposto da Donald Winnicott: una struttura che garantisce adattamento e continuità relazionale, ma al prezzo della perdita di autenticità dell’esperienza soggettiva.
Il punto cruciale non sarebbe eliminare le molteplici voci interiorizzate, ma permettere all’Ego di riconoscerle come proprie, tollerandone il conflitto e costruendo una narrazione interiore che le includa senza essere dominato da una sola di esse.
Ma in cosa consistono queste voci interiorizzate?
Fin dalla nascita, le micro-esperienze sensoriali ed emotive derivanti dal contatto con la madre e con le persone che circondano il neonato generano atmosfere relazionali che tendono progressivamente a coagularsi in unità psichiche nucleari. Tali esperienze vengono assimilate dal Self e, con il tempo, introiettate e organizzate tra loro.
Con lo sviluppo del bambino, il cervello-mente traduce queste memorie relazionali in configurazioni emotive inconsce che continuano a parlarci interiormente. Esse costituiscono il vissuto emozionale attraverso cui percepiamo il mondo esterno. Questo patrimonio esperienziale si arricchisce continuamente per assimilazione e accomodamento, modificando e rettificando le impressioni soggettive precedenti.
Quando però tale assimilazione avviene troppo rapidamente, o in modo traumatico, senza la possibilità di metabolizzare esperienze autentiche di rispecchiamento e contenimento materno — come osservava Winnicott — può formarsi una pseudo-identità coerente, sostenuta da una voce egemone ma non autentica.
Il soggetto finisce allora per interpretare una voce derivante da modelli imitativi importati dall’esterno.
Clinicamente si osservano spesso senso di vuoto, difficoltà a esprimere se stessi per paura della vulnerabilità, dipendenza dallo sguardo esterno e bisogno costante di conferme.
Il problema è che questa forma di appagamento risulta intrinsecamente instabile, poiché dipende da uno sguardo altrui che può cambiare continuamente, così come cambiano i codici estetici e sociali.
Da qui nasce quella sensazione che molti pazienti descrivono bene: una soddisfazione provvisoria ed effimera senza radici, che richiede manutenzione continua che aumenti in quel momento una sorta di autostima , am che poco dopo scompare riportanella situazione di nebbia psichica. L’automobile, l’eleganza, il tenore di vita o l’immagine sociale diventano così segni distintivi più che esperienze realmente vissute, elaborate interiormente e profondamente godute.
Esiste inoltre un importante aspetto difensivo: aderire a modelli condivisi evita il confronto con desideri più autentici e profondi, spesso più incerti, conflittuali e meno immediatamente rappresentabili. Apparire può allora proteggere dal rischio di sentire che l’appagamento autentico nasce invece da un investimento personale, da un percorso interiore e da una trasformazione soggettiva.
L’appagamento fondato sull’immagine nasce dalla conformità a uno standard percepito e dalla validazione esterna, fatta spesso di luoghi comuni e sterotipie . Il problema non è l’apparire in sé — inevitabile e necessario nella vita sociale — ma il momento in cui esso sostituisce quasi completamente il sentire autentico.
In molti pazienti emerge infatti non tanto uno scarto tra successo e fallimento, quanto tra successo vissuto e successo rappresentato.
Forse la sfida del nostro tempo non consiste nello scegliere tra apertura e chiusura, ma nel riconoscere questa tensione e imparare a tollerarla. Restare curiosi senza perdere il senso di sé, e restare radicati senza diventare rigidi.
È in questo spazio intermedio che potrebbe nascere una forma più matura di appartenenza: non difensiva, ma consapevole.
Roberto PaniSpecialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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