Mi sento inferiore e impotente; per questo non sopporto chi mi fa percepire tale.
La psicoanalisi ha osservato con attenzione i fenomeni dell’invidia, distinguendo tra una forma di invidia psico-fisiologica, profondamente umana, che può persino stimolare emulazione, identificazione, crescita, imitazione creativa e desiderio di miglioramento, e una forma più oscura, corrosiva e distruttiva. Quest’ultima conduce spesso all’autodanneggiamento e all’odio verso la persona invidiata, anche quando tale ostilità rimane mascherata o inconsapevole.
I primi segnali dell’invidia distruttiva possono nascere già in età giovanile e, con il tempo, trasformarsi da emozioni transitorie in sentimenti stabili. All’inizio le emozioni invidiose appaiono moderate e quasi innocue. I giovani, infatti, possono ammirare coetanei o adulti che vivono una condizione privilegiata rispetto alla loro, conservando però la speranza che il futuro permetta anche a loro di evolversi e raggiungere una felicità simile.
L’invidia è comunque una delle emozioni più difficili da riconoscere e confessare. Si tratta di un sentimento antico, universale, che spesso nascondiamo persino a noi stessi, talvolta perché profondamente inconscio e negato. Chi prova intensa invidia tende infatti a vergognarsene, poiché essa rivela vissuti di debolezza, piccolezza, inferiorità e meschinità.
Molte persone riescono ad ammettere rabbia, tristezza, gelosia o aggressività, sentimenti percepiti come più dignitosi; assai più raro è dichiarare apertamente:
“Ti invidio e ti odio perché la tua felicità mi fa soffrire; perché possiedi qualcosa che sento irraggiungibile per me.”
La felicità invidiata può essere rappresentata da un oggetto posseduto, da una relazione amorosa, da un successo sociale o professionale. Tuttavia, ciò che realmente attiva l’emozione invidiosa non è tanto l’oggetto in sé, quanto la felicità immaginata dell’altro, anche quando ciò che egli possiede avrebbe, in realtà, un valore modesto.
Secondo Melanie Klein, (Invidia e gratitudine) una delle figure più importanti della psicoanalisi infantile, l’invidia nasce molto precocemente nella mente del bambino, come reazione verso ciò che viene percepito come fonte di vita, nutrimento, amore e piacere.
Quando il soggetto non possiede una sufficiente sicurezza affettiva interiore, il bene dell’altro non viene percepito come qualcosa da desiderare o raggiungere, ma come una provocazione dolorosa. Nell’invidia distruttiva l’inconscio sembra sussurrare:
“Non voglio ciò che tu possiedi; voglio che tu sparisca dalla mia vista insieme a ciò che ti appartiene.”
In questi casi la persona non soffre soltanto per ciò che sente di non avere dentro di sé; soffre soprattutto perché l’altro appare felice di possedere ciò che a lei manca. È qui che l’invidia può trasformarsi in forza distruttiva.
L’invidioso non desidera soltanto ottenere ciò che ammira. Talvolta desidera inconsciamente che l’altro perda ciò che possiede, o fantastica persino che non esista più. Successo, bellezza, serenità, intelligenza, amore ricevuto o libertà interiore dell’altro diventano allora intollerabili, perché riattivano dolorosi vissuti personali di umiliazione e inferiorità.
Per questo alcune persone reagiscono svalutando chi suscita in loro angoscia e frustrazione. Criticano chi emerge, minimizzano il talento altrui, ironizzano sul successo, diffondono dubbi o sospetti. Si tratta spesso di difese inconsce contro un sentimento di inferiorità che il soggetto non riesce a elaborare.
Nella vita quotidiana questa dinamica compare frequentemente nei rapporti professionali, familiari, amorosi e perfino nelle amicizie. Può manifestarsi tra fratelli, colleghi, artisti, intellettuali, oppure nei social network, dove la continua esposizione di immagini di successo e felicità amplifica confronti silenziosi e frustrazioni interiori.
I social, infatti, alimentano continue rappresentazioni narcisistiche: corpi giovani, viaggi lussuosi, riconoscimenti, relazioni apparentemente perfette. Dietro lo schermo può nascere un lento logoramento emotivo: non tanto il desiderio di vivere meglio, quanto il bisogno di svalutare quell’immagine per non sentirsi svalutati.
L’invidia distruttiva tende così a generare un piacere segreto nella caduta dell’altro. È il motivo per cui alcune persone sembrano rasserenarsi quando chi ammiravano fallisce, si ammala, invecchia o perde fascino e potere. La caduta dell’altro riduce temporaneamente il senso della propria inferiorità.
Ma questa dinamica comporta un prezzo psicologico molto elevato.
Chi vive dominato dall’invidia distruttiva difficilmente riesce a godere autenticamente della propria vita. L’attenzione rimane costantemente rivolta verso l’esterno, in una continua comparazione con gli altri. Il soggetto perde il contatto con il proprio desiderio autentico e vive in uno stato di competizione permanente, spesso accompagnato da amarezza cronica.
La psicoanalisi considera invece fondamentale la capacità opposta: la gratitudine. Quando una persona riesce a tollerare interiormente che l’altro possieda qualcosa di buono senza sentirsi annientata, allora può nascere un’ammirazione creativa. L’altro non viene più vissuto come un rivale da distruggere, ma come una possibile fonte di ispirazione.
In questo senso, maturare psicologicamente significa anche imparare a convivere con i propri limiti senza trasformare il bene altrui in una persecuzione interiore.
Forse una delle forme più profonde di libertà mentale consiste proprio in questo: riuscire a vedere la felicità, il talento o il successo dell’altro senza sentirsi impoveriti per questo.
In alcune situazioni, quando l’invidia distruttiva diventa persistente e fonte di sofferenza relazionale, un aiuto professionale può risultare auspicabile.
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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