Per molto tempo la virilità è stata raccontata attraverso immagini semplici e potenti: forza, controllo, autorità, capacità di non cedere mai. L’uomo doveva essere quello che protegge, decide, comanda. Mostrare paura, incertezza o bisogno di affetto poteva apparire come una debolezza da nascondere.
Ma cosa accade quando questo modello diventa una gabbia?
Oggi è sempre più necessario interrogarsi sulla possibilità di una mascolinità diversa: non meno forte, ma libera dall’obbligo di dimostrare continuamente la propria forza. Un uomo capace di conoscersi, di mettere in discussione se stesso, di vivere le relazioni senza trasformarle in rapporti di potere.
Uno degli aspetti psicologicamente più interessanti del modello maschile tradizionale è il rapporto con la vulnerabilità. L’uomo che sente di dover essere sempre forte può arrivare a percepire ogni forma di fragilità come una minaccia alla propria identità.
Avere bisogno dell’altro, provare paura, soffrire per un rifiuto, attraversare un momento di incertezza o ammettere di non avere tutte le risposte diventano esperienze difficili da accettare. E così può nascere la necessità di costruire un’immagine di sé inattaccabile: io non ho paura, io non dipendo da nessuno, io devo avere il controllo.
In questa prospettiva, l’ostentazione della forza può talvolta nascondere proprio ciò che pretende di negare: una profonda insicurezza.
Il controllo esercitato sulla partner o sulla famiglia può diventare, nei casi patologici, un tentativo distorto di neutralizzare questa insicurezza. Se non riesco a tollerare l’incertezza, cerco di eliminare l’autonomia dell’altro. Se vivo la perdita come una minaccia insopportabile, posso trasformare l’amore in possesso.
Ma è fondamentale non confondere la comprensione con la giustificazione.
La fragilità non spiega da sola la violenza
Quando si parla di violenza contro le donne e di femminicidio, occorre evitare ogni semplificazione. Non esiste un rapporto inevitabile tra fragilità psicologica e violenza.
La violenza nasce dall’intreccio di numerosi fattori: culturali, sociali, relazionali e individuali. Possono entrare in gioco modelli educativi, concezioni del potere e della relazione, incapacità di gestire il conflitto, comportamenti di controllo, dinamiche di possesso e molte altre condizioni.
Soprattutto, nessuna fragilità può diventare un alibi.
Comprendere le radici psicologiche di un comportamento serve a conoscerlo meglio, a prevenirlo e, quando possibile, a intervenire. Non significa assolvere chi lo compie.
Questo principio è essenziale: una persona può essere profondamente insicura e non essere violenta. Allo stesso modo, la violenza non può essere ridotta alla semplice conseguenza di una sofferenza interiore.
Inoltre la trasformazione del modello maschile non riguarda soltanto gli adulti e le loro relazioni sentimentali. Riguarda anche ciò che viene trasmesso alle nuove generazioni.
I bambini imparano cosa significa essere uomini osservando gli adulti che hanno intorno. Imparano dai gesti, dalle parole, dai silenzi e soprattutto dai comportamenti quotidiani.
Un padre che mostra implicitamente che l’uomo deve comandare, non piangere, non chiedere aiuto, avere sempre l’ultima parola e considerare la donna come qualcuno da proteggere ma anche da controllare, può trasmettere ai figli un’identità fondata sul potere più che sulla relazione.
Al contrario, un padre capace di chiedere scusa, ascoltare, riconoscere un errore, manifestare affetto e rispettare l’autonomia della propria compagna offre un’immagine completamente diversa della mascolinità.
In questo senso, cambiare il modello maschile significa anche interrompere una trasmissione intergenerazionale.
Il punto non è costruire un uomo meno uomo. È costruire un uomo finalmente libero dall’idea che la propria identità debba essere continuamente dimostrata.
Un uomo può essere forte senza dominare.
Può essere autorevole senza diventare autoritario.
Può amare senza possedere.
Può proteggere senza controllare.
Può desiderare senza considerare l’altro un oggetto.
Può affrontare un conflitto senza trasformarlo in una guerra.
E soprattutto può dire ho paura, ho sbagliato, ho bisogno di te senza sentire che queste parole cancellino la sua dignità.
La vera forza, forse, non consiste nell’essere invulnerabili. Consiste nella capacità di riconoscere le proprie vulnerabilità senza esserne governati.
Il nuovo modello di uomo non dovrebbe essere definito soltanto da ciò che rifiuta del passato. Non basta dire no al machismo, al dominio, al trionfo e al possesso che disprezza l’altro. Occorre costruire un’alternativa.
Questa alternativa potrebbe essere una mascolinità fondata sulla sull’autocritica, sulla introspezione, sull’empatia e sulla reciprocità.
Non si tratta di un uomo che rinuncia alla propria forza, ma un uomo che non ha più bisogno di usare la forza per sentirsi qualcuno.
Non un uomo che elimina il conflitto, ma che impara ad attraversarlo senza distruggere l’altro.
Non un uomo che non prova paura, ma uno che sa riconoscerla.
Non esiste un uomo che non ha bisogno di nessuno, ma uno che comprende che la dipendenza affettiva reciproca, quando è libera e rispettosa, non è una sconfitta.
Forse è proprio qui che si trova la trasformazione più profonda: passare dall’idea di uomo come individuo che deve dominare il mondo all’idea di uomo come persona capace di stare nel mondo insieme agli altri.
La forza di poter essere fragili in quanto per generazioni è stato insegnato agli uomini che la vulnerabilità fosse qualcosa da nascondere. Oggi possiamo provare a raccontare una storia diversa.
Essere vulnerabili non significa essere deboli. Significa riconoscere di essere umani.
E riconoscere la propria umanità può diventare una delle forme più mature della forza.
Il nuovo modello di uomo, allora, non è l’uomo che smette di essere forte. È l’uomo che non ha più bisogno di dimostrarlo attraverso il dominio.
Roberto PaniSpecialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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