Memoria fotografica e memoria sensoriale

Memoria fotografica e memoria sensoriale

Non possiamo usufruire di una memoria che ci riporti alla coscienza immagini quasi uguali agli oggetti della realtà, alle situazioni, ai paesaggi. Coloro che tuttavia godono di una certa predisposizione sono fortunati perché possono mantenere ben stratificati i ricordi del loro passato e quindi un senso di Sé, cioè di identità di se stessi, forte e sufficientemente chiara.

La memoria in generale ci permette di avere anche coscienza della storia umana anche se non eravamo esistenti nei secoli e millenni, quelli che ci precedono. Noi ci ricordiamo di quanto ci viene trasmesso culturalmente attraverso le generazioni grazie alla testimonianza che proviene dall’evoluzione storica.

Non è raro che alcune persone raccontino di sentire e vedere nella propria coscienza situazioni della prima infanzia e di visualizzarle così bene da percepire di essere fisicamente ancora dentro alla situazione e di poter prendere in mano e maneggiare gli oggetti inseriti nel contesto di allora.

Si chiama  memoria eidetica una certa disposizione di richiamare alla mente e coscienza con grande precisione e lucidità immagini legate alla fanciullezza.

Per alcune persone è comunque possibile visualizzare mentalmente alcune situazioni  sintetizzate in immagini dopo averle osservate nel contesto reale per pochi istanti.

Queste persone in generale sono capaci di fotografare, cioè captare con la loro mente scene della vita quotidiana alle quali hanno partecipato anche per un breve periodo durante la visione.

In genere, i luoghi fissati nel ricordo appaiono più piccoli rispetto a quanto si era fotografato con la memoria: questo si spiega con il fatto  che i soggetti avevano visto quei posti da infanti.

Sembra che la memoria eidetica sia particolarmente sviluppata nelle persone con disturbi autistici e spesso questa super memoria fotografica sviluppa talenti geniali.

Per esempio Stephen Wiltshire è un pittore che dipinge paesaggi visti una sola volta per pochi secondi.

L’artista è infatti affetto da sindrome di Asperger che è un disturbo neurologico dell’apprendimento: non se ne conosce la causa, si suppone sia genetica.

E’ caratterizzata da un comportamento stereotipato, non socievole, ma fortemente geniale in molte performance cognitive.

Le memoria fotografica però non corrisponde con esattezza alla fotografia istantanea impressionata su pellicola ricavata dalla macchina fotografica. Il ricordo può essere fallibile e parzialmente deformato perché s’intreccia con i vissuti emotivi che accompagnano il ricordo di un contesto.

Le persone che svolgono un percorso psicoanalitico spesso riportano scene di luoghi visualizzati soggettivamente: se a distanza di tempo i soggetti hanno modo di verificare le immagini da loro vissute, s’accorgono di alcune differenze con la realtà.

Il libero pensiero e le fantasie spontaneamente associate, se integrate con l’aiuto dello psicoanalista, giovano molto alla costruzione della propria storia personale.

Ma la memoria del vissuto non esclude la nostalgia, il rammarico, a volte l’angoscia e il dolore che particolari ricordi magari insieme a voci e suoni, possono provocare in chi visualizza le immagini del passato.

L’approccio neurologico allo studio della memoria è molto giovato dei progressi tecnologici del XX° secolo.

Il cosidetto secondo cervello  è costituito dalle strutture del sistema limbico, luogo anatomo-fisiologico dell’attivazione delle emozioni nel quale si mettono assieme le immagini ricordate.

In particolare, una di queste strutture, l’amigdala, situata nell’ipppocampo,  ha un ruolo fondamentale, come archivio della memoria emozionale, relativo in particolare alla paura.

Si può dire che l’ippocampo sia deputato alla funzione dei ricordi degli eventi, mentre l’amigdala abbia la funzione di far percepire l’intensità delle emozioni ad essi legati. Subito dopo avviene la sintesi e l’immagazzinamento sotto forma di ricordo.

Già Freud aveva osservato durante il lavoro psicoanalitico che il ricordo di un trauma non è registrato in memoria una sola volta, ma può essere rivestito nelle varie epoche di sviluppo in colori emotivi differenti. Oggi alla luce delle neuroscienze si parlerebbe di memoria a lungo temine di tipo trasformazionale.

Freud considera la rimozione come il fondamentale meccanismo di difesa di fronte a eventi vissuti dal soggetto come penosi: non si tratta certo di dimenticanza ma di necessità da parte del protagonista di sistemare inconsciamente al buio lo shock dovuto all’impatto con gli eventi traumatici, quindi non gestibili in quel momento. E’ come se l’organismo rimandasse eventualmente a un successivo recupero di questo materiale psichico rimosso ad un’epoca quando si è più robusti psichicamente per poterli elaborare. Non sempre tale recupero è possibile purtroppo, e così l’elaborazione non potrebbe avvenire mai se non attraverso il lavoro analitico.

Le neuroscienze hanno evidenziato che ci sono eventi traumatici, o anche situazioni psichiche dolorose e incongruenti, protratti nel tempo che non possono essere rimossi perché avvenuti in un’epoca neonatale quando l’apparato neuronico e mentale era ancora in costruzione. La percezione precoce di tali eventi è avvenuta a livello solo sensoriale e quindi la memoria è chiamata implicita, o procedurale contrapposta a quella descritta da Freud, che è chiamata esplicita, narrativa o anche autobiografica.

Spesso questi eventi penosi non possono ovviamente essere ricordati perché la memoria psichico-mentale non è ancora appunto inesistente.

Succede allora che il soggetto soffra di un dolore che non sarebbe riconducibile a eventi che possono emergere a livello cosciente, cioè non possono essere ricordati e quindi non rimossi.

Questa situazione è ovviamente drammatica: il soggetto soffre, ma non può sapere perché.

Il soggetto può cercare di ricorrere a informazioni che riguardano la situazione della sua nascita, può immaginare scene violente che coinvolgono i suoi genitori e tanto altro, ma non riesce a sentirsi parte di questi racconti. Il trauma è implicito e il ricordo narrativo non è attivabile, ma sono attivabili alcune tracce somatiche durante il comportamento nelle sedute di psicoanalisi.

E’ però possibile una ricostruzione a partire da queste tracce corporee per riconnetterne gli aspetti dissociati agli eventi traumatici.

La sensibilità dello psicoanalista deve ascoltare le modalità della comunicazione del paziente il quale, pur non potendo ricordare, può però percepire un come se qualcosa del genere fosse avvenuto.

Ricordo una paziente che durante la scena analitica senza conoscere la ragione, simulò con il corpo una difesa grossolana da un attacco, abusivo, presumibilmente agito dal padre quando lei era piccolissima.

Il suo corpo esprimeva forti sintomi mentre io ero in ascolto di una narrazione nella quale il soggetto si trovava con proprio il padre sempre stato anche troppo affettuoso.

Questa esperienza corporea anche se non ricordata dalla mente, è stata integrata come ipotesi e hanno aperto alla supposizione secondo la quale in età adolescenziale della paziente, il padre abusava di lei , mentre la madre andava alla domenica a messa con la sorella maggiore.

A questi eventi in seguito si son trovate vaghe conferme che servirono per lo meno a scaricare subitanee tensioni d’angoscia che sopraggiungevano in certe circostanze.

La memoria sensoriale ha permesso in questo caso di restituire, tramite sintomi e atti corporei, ipotesi che hanno convinto la paziente di una possibile trovata verità e quindi di un punto di luce e fermo di una possibile causa delle sue sofferenze.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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