La funzione teatrale della mente

Freud si interessò del teatro già nel 1905 con Personaggi psicopatici sulla scena, ma anche in Totem e tabù nel 1912. Era curioso di comprendere come di fronte alle scene teatrali la drammaticità potesse muovere così tante emozioni, come quelle che si esprimono nel segno del pianto e nel segno del ridere, quelle che trovano nelle varie eccitazioni la gioia e  il dolore.

Nel nostro profondo mondo interiore noi custodiamo parecchie scene che assomigliano a quelle teatrali.

Lo psicoanalista Lichtenberg negli anni 80, descrisse il concetto di scene modello. Si tratta di scene che possono mettere in luce, come su un palcoscenico, alcuni ricordi che siano narrabili oppure siano stati rimossi quando vissuti come penosi dal soggetto.

Il paziente in psicoanalisi può rivivere spesso e con fatica certe situazioni che emergono nella mente, quelle che possono essere tradotte in icone emotivamente colorate secondo varie sfumature di colore: succede che, nella dinamica di queste immagini, siano racchiusi eventi psichici che sono costretti a ripetersi, a insaputa del soggetto, secondo un unico modello che si rivela un comune denominatore psichico.

Pertanto le ripetizioni in analisi di alcune scene evocate durante le associazioni spontanee del paziente possono essere attualizzate e utilizzate come modello di base come se fossero fotografie a disposizione per la coppia paziente-analista.

Il lavoro analitico può giovare proprio per il recupero della specificità di un modello costante che ne sintetizza altre.

Le scene modello permettono di cogliere certi nuclei di base la cui individuazione può favorire una comprensione rapida della dinamica del materiale psichico passato.

Inoltre la complicità con la quale, sia l’analizzante sia l’analista, collaborano per il recupero del materiale psichico, dovrebbe attivare uno scambio rapido di emozioni e di visualizzazioni che giovano alla relazione profonda nelle sedute.

Penso che le scene modello siano in fondo scene teatrali svelate, passibili di rappresentazione teatrale, inizialmente come eventi oggettivanti, poi icone e infine come narrazioni soggettive.

Si deve al poeta Tespi l’invenzione del teatro greco, il quale ne fondò le basi durante le feste in onore del dio Dioniso nel 534 a.C.

Il teatro classico nasce quindi nel IV e prosegue nel V secolo a.C. e metteva in scena per la cittadinanza ateniese rappresentazioni di svago, ma sopra tutto religiose, mistiche, morali e politiche. La cittadinanza aveva in molte occasioni l’obbligo di partecipazione alle rappresentazioni teatrali perché queste, avendo una funzione mistico-catartica, potevano curare gli animi quindi con funzione di fondo un po’ terapeutica.

Il Coro, sebbene fuori campo dalla scena, finiva per commentare le scene dgli attori e sottolineava i sentimenti dei personaggi che recitavano nel palco. Il Coro spiegava anche ciò che stava accadendo nelle varie scene, anche ponendosi come interlocutore, interpretando le possibile domande virtuali che avvenivano da parte del pubblico durante le rappresentazioni .

Gli attori indossavano maschere grottesche al fine di enfatizzare le caratteristiche emozionali dei personaggi come condottieri, politici, filosofi.

Le emozioni emergenti che la cittadinanza poteva sperimentare attraverso personaggi dell’epoca scuotevano e curavano gli animi in concomitanza di varie situazioni contingenti come le guerre, ecc..

Qualche volta il pubblico interloquiva e poteva anche entrare fisicamente nel semicerchio teatrale trasformandosi quasi come attore tanto forte era la passione e la partecipazione del pubblico. Certe scene si ripetevano con un ritmo incisivo, costante, incalzante, solenne e drammatico secondo un tono musicale della coazione a ripetere.

Mi sembra che la funzione interpretativa del Coro potesse simulare la funzione interpretativa dello psicoanalista nelle sedute analitiche di oggi.

Il teatro greco di quei tempi assomigliava per molti aspetti a quello che oggi chiamiamo: gruppo di psicodramma.

Penso che il teatro greco possa essere stato creato sulla base di intuizioni che la psicoanalisi nei tempi moderni e attuali abbia in qualche modo recuperato, seppur la psicoanalisi come scienza interpretativa  abbia oggi finalità molto più terapeutiche. Il fine della psicoanalisi infatti non è tanto catartico, così come aveva concepito J. Moreno con l’invenzione dello psicodramma nel 1922, quanto elaborativo delle esperienze che bloccano l’evoluzione verso l’autonomia interiore.

Penso ora allo psicoanalista inglese W. Bion che nel 1961 parla di mente gruppale, seguito da altri negli anni 70 come Meltzer che parla di una dimensione multipla originaria protomentale (pensiero ancora primitivo e indifferenziato) gruppale, di vita primitiva forse tribale. Altri autori come C. Musatti e F. Petrella  hanno riscontrato affinità della psicoanalisi al teatro. Hautmann formula il concetto di un Sé gruppale primitivo.

Il nostro mondo interiore dunque ospita oggetti indifferenziati che fungono nella nostra mente da interlocutori, offrendo un corpo, un senso di concretezza alle nostre fantasie inconsce e il nostro pensiero.

Gli oggetti primordiali interiori si costruiscono a partire dalle nostre esperienze di incontri primitivi che generano esperienza emotiva. Le varie esperienze emotive fanno nascere interlocutori, cioè personaggi che parlano dentro di noi.

Sin dalla nascita in poi, questi abbozzi di interlocutori, voci di personaggi si assimilano e si accomodano integrandosi tra loro sino a diventare nel nostro mondo interiore personaggi distinti che costituiscono il nostro vissuto complessivo delle cose attorno a noi.

Questi personaggi interiorizzati ci parlano dentro con una voce emotiva variata che influenza il nostro vissuto e comportamento.

Durante il sonno gli stessi personaggi interiori si mostrano nei sogni molto più che durante il giorno, perché mentre noi dormiamo, non siamo impegnati con la mente in faccende operative che richiedono concentrazione su fatti reali.  Siamo perciò, senza fatti reali, più liberi di pensare secondo le strambe leggi del sonno che non obbligano alla grammatica e sintassi del pensiero logico, né a considerare il senso dello spazio e del tempo.

Nelle persone fragili certi deliri e allucinazioni anche di giorno, sono prove della sopraffazione degli interlocutori spesso cattivi sulla vita psichica reale dei soggetti.

Ora penso per questo detto che il setting psicoanalitico assomigli ad un set teatrale.

Classicamente lo psicoanalista si pone dietro le spalle del paziente che è invitato a raccontarsi. Non sempre in breve ma prima o poi, i personaggi dalla narrazione del paziente entrano nella scena analitica e coinvolgono anche i personaggi che appartengono al mondo interno dello psicoanalista tramite meccanismi di identificazione introiettiva e proiettiva.

Si istaura un dialogo inter-psichico, ma soprattutto intrapsichico che tende a consentiree elaborazione e evoluzione.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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