“Figli mamma”

“Figli mamma”

Da molte mail ricevute in questi mesi ricavo le difficoltà di molti matrimoni a mantenersi in vita a causa di forti interferenze da parte delle famiglie d’origine.

La notizia non è certo nuova: da sempre si conoscono le difficoltà di alcune coppie nel trovare una propria indipendenza dalle famiglie dei propri genitori e difficoltà ad evitare una certa intrusione delle madri e dei padri.

Le ragioni possono essere varie: principalmente in Italia si tratta di ragioni economiche, perché i giovani non riescono senza l’aiuto dei genitori a trovare il lavoro desiderato e anche qualora lo trovino come a loro piace, non sono sufficienti economicamente per una loro totale indipendenza.

In Italia il lavoro si trova abbastanza facilmente nell’ambito artigianale e imprenditoriale quando i padri e le madri, quelli e quelle che svolgono le loro attività, riescono a trasmettere ai figli tale capacità e si offrono come modelli professionali costanti.

Al contrario succede che anche quando i ragazzi che si laureano, spesso con fatica e non sempre entro i tempi previsti, debbono poi trovare il tempo per professionalizzarsi. Le specializzazioni o l’equivalente training abilitante se ci pensiamo impegnano più tempo di quello necessario per laurearsi, ad eccezione, mi sembra oggi, per quel che riguarda la laurea in ingegneria.

La dipendenza dai genitori per necessità, non sempre ma spesso, rappresenta un invito dei suoceri a partecipare, ma anche a controllare, dall’interno le giovani nuove famiglie.

A questo punto diventa complesso per tutti comprendere se la dipendenza reciproca riguarda questioni economiche o questioni psicologiche.

Molti giovani vivono nella nuova casa con il partner, ma si comportano secondo un copione che indica una coazione a ripetere, come se vivessero ancora nella vecchia casa con i genitori.

Riguardo alla nuova relazione con il partner, non riescono a creare autentiche personali situazioni di vita con moglie o marito.

Il mondo interno e il carattere che molte coppie hanno assimilato dai genitori, quello che aveva dato luogo a consuete ribellioni adolescenziali, viene inconsciamente riadottato e reintrodotto intatto nel teatro della nuova famiglia.

I giovani conviventi si comportano di fronte ai partner come se da adolescenti si trovassero nuovamente di fronte alla mamma o al babbo. Si ripetono i meccanismi di certi conflitti che risalgono a diversi anni prima. Inutili dire che le nuove coppie entrano in crisi.

E’ noto che Sigmund Freud aveva messo in evidenza la situazione Edipica prognosticando il triangolo padre-madre-bambino come un conflitto superabile: alla fine dell’adolescenza il maschietto avrebbe amato il padre come modello concreto e ideale, nonché punto di riferimento e non più ostile sebbene vissuto un tempo come padrone dell’amata madre.

Helene Deutsch, psicoanalista austriaca allieva di Freud, occupandosi del destino della donna, riuscì a completare la parte mancante del proseguo della situazione edipica che riguarda il destino femminile.

Riconobbe naturalmente che la femminuccia si sarebbe dedicata con amore verso il padre come modello alternativo alla madre, provando ostilità verso di lei in quanto lei aveva il potere di giacere con lui.

Riconobbe che entrambi i figli maschi e femmine, nati dalla madre, avrebbero sviluppato la stessa dipendenza e un legame particolare verso di lei, ma il destino della donna si sarebbe giovato di altro esito. La ragazza non avrebbe smesso di idealizzare la figura del padre come avveniva da bambina, ma anche si sarebbe rivolta ancora una seconda volta al modello femminile rappresentato dalla madre.

La  Deutsch a questo proposito, individuò la personalità del come se per spiegare la tendenza di alcune donne ad assumere una falsa identità strutturata in base alle supposte aspettative degli altri, alle convenzioni conformistiche a quelle morali, ecc..

L’identificazione con il modello materno rappresenta dunque un’alternativa, una sorte di salvezza all’infantile adorazione della figura paterna con il rischio di adorare, ma anche di sottomettersi all’uomo-padre-padrone, derivato appunto, seppur modificato, dall’immagine originaria del padre reale.

Una madre che è donna ben strutturata e autonoma come persona e che per prima, durante l’infanzia della bimba, si cura adeguatamente della piccola senza trattenerla a sé nell’amplesso simbiotico, è in grado di creare ottime condizioni per l’evoluzione della figlia.

In un secondo tempo poi, quando la figlia da piccola diventa adolescente, la madre sarà percepita come modello su cui contare e la ragazza potrebbe godere di una sua buona autonomia grazie a una nuova introiezione propizia della donna-madre.

Ma al contrario, madri iperprotettive, spesso anche dipendenti dai mariti, magari un po’ depresse, insoddisfatte del loro matrimonio, non sono propense a lasciare andare i figli e si può notare che invece di occuparsi nel curare la loro indipendenza, li trattengono per un bisogno personale di consolazione.

La figura del padre può manierare le situazioni, a patto che  la sua funzione non venga ben esercitata e non disertata.

Spesso i padri anziché proporsi in modo costante e rispettoso dei tempi maturativi dei figli si mettono in mostra prematuramente e in modo narcisistico, non lasciando loro spazio di apprezzare ciò che è utile e proficuo, di morale e di professionale esiste nelle scelte che poi possono essere iper loro incoraggiate.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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