Che fine ha fatto il senso del pudore?

Che fine ha fatto il senso del pudore?

Ho visto un film americano recentemente uscito in Netflix proprio durante il 2Dicembre: si tratta di Don’t look up con Jennifer Lawrence, Mary Stripp, Leonardo DiCaprio, un film di costume, ma che potrebbe considerarsi quasi un film comico, se invece non mettesse in rilievo un andamento sociale del nostro mondo occidentale che a ben guardare, può lasciare sgomenti.

La storia del film statunitense riguarda un drammatico evento astronomico avvistato da una dottoranda e poi dagli scienziati che con un anticipo di sei mesi segnalava una grossa cometa in piena traiettoria verso la terra con la promessa di distruggerla.

Il terribile avvistamento del minaccioso corpo celeste mette in crisi gli stessi astrofisici che debbono avvisare le autorità governative e comunicare la potenziale catastrofica notizia ai media.

Ma la presidentessa degli USA è presa dalle elezioni politiche e si disinteressa del grave evento. Anche il mondo dei mass media che vive di intrattenimento scemo e superficiale per soddisfare gli indici demenziali di gradimento secondo il modello dei social, sembra non voler essere distratto dalla grave notizia e lanciare l’allarme del caso con la giusta forma.

In altre parole, sembra che la sopravvivenza della terra sia meno interessante del virtuale mondo della politica e dei social costruito su slogan, immagini sciocche solo virtuali, ma che sembrano avere più presa negli spettatori di quanto non abbia il mondo reale.

Al di là del film che consiglio di vedere, anche perché molto interessante e nel caso che sintetizza molti dei concetti che sto per esprimere, se pensiamo agli attuali mezzi di comunicazione, vediamo che non di rado i media si limitano a trasmettere solo alcune informazioni selezionate ad hoc; ma anche le emozioni della gente ormai appaiono virtualmente omologate.

Infatti, si nota che in alcune trasmissioni i protagonisti, attori, giornalisti, spesso anche politici non rinunciano quando sono intervistati, a raccontarsi in pubblico come se si trovassero nello studio di uno psicoanalista. Sanno di far breccia sulla curiosità emotiva dei telespettatori e gli intervistatori a lor volta ne approfittano al massimo sapendo che certe auto dichiarazioni  producono nel pubblico alta audience.

Il fatto è che a furia di ascoltare tante confessioni di persone importanti, tali anche in quanto incorniciate e sostenute dal quinto potere, la TV, tutte le emozioni e sentimenti risultano alla fine omologati tra loro perché nessuno sembra non avere  più alcun segreto per nessuno. Sembra che la nostra interiorità sia vendibile e si manifesti allo stesso modo in tutti perché è teatralizzata ed esposta nei media con modalità molto simili, con espressioni che molto si assomigliano. 

Se ne deduce che le nostre autentiche emozioni quasi non valgono più per quel che per ciascuno di noi significano perché sovraesposte da altri,  perché quasi scippate da chi ha il poter di saperle raccontare in TV: alcuni canali televisivi producono spettacoli simili dove compaiono in contemporanea gli stessi attori che monopolizzano tutte le emozioni come in teatro in un teatrale monologo collettivo

Il singolo può confondere ciò che è assolutamente personale e profondamente intimo con ciò che ufficialmente e in modo diremmo populistico è dichiarato a proposito di emozioni sperimentate

Se il mondo intimo è rappresentazione, si deve ammettere che esiste ormai un doppio binario con cui guardare il mondo; quella  parte che ci parla con emozioni autentiche e quella che ci parla con emozioni virtuali.

Nel mondo virtuale confusivo quasi tutto è possibile accettare, in quello autentico le cose sono più complesse e forse per questo spesso evitate.

Non è la prima volta che un paziente mi riferisce che in una certa trasmissione televisiva una tale attrice aveva raccontato di aver reagito in un drammatico modo per essere stata delusa da un partner con la condivisione degli spettatori. Il paziente si è sentito di chiedermi se le sue emozioni e sentimenti fossero veri o si stava ingannando da solo senza accorgersene, come se quel che aveva ascoltato in TV in tante occasioni anche da altri fosse ciò che egli si stava nascondendo.

Il mondo virtuale sta proponendo di raccontarci quel che tutti si raccontano.

Il filosofo Nietzsche in Così parlò Zarathustra scriveva: …tutti vogliono le stesse cose, tutti debbono essere uguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio 

Sembra anche che la riduzione del senso del pudore in pubblico e la crescita tecnologica del virtuale abbiano modificato la comunicazione. 

Il cellulare ha annullato la distanza, ma a parte gli enormi vantaggi pratici, molti giovani sembrano non tollerare più la distanza. E’ come se fossero sempre attaccati alla gonna materna, perché staccarsi dal cellulare produce ansia.

Sappiamo che il senso di onnipotenza che d’altra parte offre il controllo del cellulare e spesso anche visivo, può alimentare un bisogno ossessivo di controllare tutto.  Il sentirsi imperfetti o patofobici, (per esempio ipocondrici), oppure anche continuamente giudicati nelle proprie azioni (perseguitati), si manifesta se non si sono eseguite alla perfezione tutte le telefonate che hanno raggiunto tutti gli obiettivi. Questi vengono in mente, perché si deve eliminare tutti i dubbi dai quali si è ossessionati e che invece a mano a mano, scavano nella personalità nuova insicurezza che appare sempre in crescita.

Parlare a voce alta mentre si cammina sembra a chi è al cellulare alquanto normale, ma chi cammina sullo stesso marciapiede e pensa ai fatti propri ne è infastidito. Il fastidio forse deriva dal fatto che molte persone che urlano al dispositivo stanno anche contemporaneamente esibendosi sulle cose che stanno facendo e magari credono di doversene vantare, (importanti appuntamenti mondani, jet-set, feste, cene in famosi posti della città).

Queste persone possono addirittura costruirsi nella propria mente un personaggio mostrando agli altri di essere importanti per le cose che mostrano di stare facendo.

L’ansia di digitare e di ricevere ring in alcuni casi induce una vita da simbiotici con il cellulare tanto da far pensare che il peggior nemico di queste persone sia il silenzio elettronico.

La pandemia da ormai più di due anni ha costretto una buona parte della collettività (escludendo una parte di anziani) ad usare internet in modo continuativo senza mai potercene staccare.

Lavoro, politica, insegnamento nelle scuole e università a distanza e persino la telemedicina ha molto incrementato la sua attività insieme alla psicoterapia che sembra debba assoggettarsi al questo metodo da casa.

La psicoterapia al telefono, per altro in uso nei USA da almeno trenta anni, che si è rivelata in questi anni di Covid particolarmente utile per mezzo di tutti mezzi di comunicazione vocali e visivi, non dovrebbe però essere utilizzata  solo in tal modo.

Pur essendo conveniente che il setting psicoterapico sia in alcuni casi sia flessibile, considerando quanto frequentemente si muove la gente per svariati motivi di lavoro, la tecnica richiede al tempo stesso un contatto tanto più autentico e reale della persona.

Un conto vedere un’immagine nei vari display e sentire una voce a distanza e un conto è avere una persona che è lì con te.

La comunicazione efficace avviene di persona con tutte le sue manifestazioni ed espressioni umane, difetti e pregi. Ci si affida volentieri a chi si ha modo di toccare con mano e che è convincente, anche se ogni tanto o spesso, questa stessa persona la riconosciamo vedendola nel video o sentendola al telefono (telemedicina).

Non deve sorprendere infatti che ci siano giovani che hanno portato avanti storie amorose che hanno prodotto tante illusioni, ma anche tante sofferenze immani e che mai  si siano mai incontrati.

Entrambi vivevano all’estero, parlavano lingue diverse, ma riuscivano a comprendersi, però non si sono mai incontrati di persone e forse non volevano nemmeno che ciò accadesse.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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