L’adolescente che si fa del male

L’adolescente che si fa del male

Il contesto sociale nel quale la nostra società sta vivendo e che coinvolge in realtà tutto il pianeta sembra di recente apparire a noi piuttosto surreale. Ciò significa cha a livello inconscio le sensazioni di stranezza, di percettibilità di un mondo tra luci e ombre, confluiscono per farci sentire che certi punti di riferimento tradizionali sui quali si è sempre contato da almeno 100 anni stanno svanendo. Il controllo della ragione perde la sua efficienza e il senso di orientamento nella vita di tutti i giorni lascia in alcune persone il posto a una strana rassegnazione, mista a incertezza.

Negli ultimi 20 anni poi molti avvenimenti tutti insieme ci hanno un po’ disorientato: l’economia concepita durante il processo di globalizzazione cominciava ad entrare in crisi dopo l’11 Settembre del 2001 al crollo delle torri gemelle a New York.

Nel 2006, il senso di instabilità in occidente ha continuato a sentirsi da un punto di vista finanziario, in seguito alla crisi che dagli Stati Uniti si è ripercossa sull’intera economia mondiale. In particolar modo, si è diffusa nei Paesi sviluppati del mondo occidentale che entravano in grande recessione quasi come durante la crisi del 1929 a Wall Street.Queste crisi hanno contribuito da un punto di vista psicologico ad un crollo di quelle aspettative cha avevano sostenuto l’occidente nelle decadi precedenti. Il mondo globalizzato già da allora non rappresentava più una garanzia, la fiducia nel Sistema cominciava in parte a scemare negli Usa e in Europa, mentre si diffondeva sempre più la notizia che l’inquinamento da Co2 e altro stava causando il riscaldamento terrestre e che gradatamente avrebbe portato a danni di ogni tipo. Di questo sentore di incertezza internazionale certo non ne hanno risentito direttamente i ragazzi più giovani anche se il senso di instabilità può esser percepito anche in modo indiretto all’interno delle varie famiglie, poiché esse trasmettono ai figli di essere meno ottimiste sul futuro, sulle possibilità di lavoro e sulla sicurezza economica.

Le Società non hanno fatto in tempo a riprendersi che la Pandemia del Covid-19 ha rimesso in crisi l’umanità. Oggi dopo 3 anni, ancora la gente ci è ancora dentro mentre scoppia in occidente una guerra della quale si fa fatica a vederne la fine.

Dobbiamo immaginare come fanciulli che 3 anni fa avevano compiuto i dieci anni di età, siano oggi coloro che hanno raggiunto i 13 anni e che frequentano in genere le scuole medie. Questi non possono non risentire di una mancanza di sicurezza e coerenza sociale che nemmeno forse erano riusciti ad consolidare nel periodo infantile. Non è incomprensibile che il clima surreale, cioè quello che confonde le aspettative e le idee con la nebbia del tutto possibile,  possa in chi si sta ancora costruendo la propria identità far nascere fantasmi inaspettati e possa evocare un continuo bisogno di riconfigurare se stessi nella propria identità per superare le incertezze e le delusioni.

Le emozioni di questi pre-adolescenti non più veramente fanciulli ma per niente già adulti, rappresentano una minaccia per se stessi e anche per i loro coetanei.

Le Famiglie insieme alla Scuola entrambe assai importanti per la formazione dei ragazzi, troppo spesso vacillano di fronte a nuove e continue difficoltà che nel seguire i percorsi adolescenziali fanno inciampare chi se ne occupa..

Un senso di vuoto e di mancanza predomina in alcuni preadolescenti, e tale indeterminatezza genera un malessere che attanaglia il loro spirito. Alcuni ragazzi purtroppo non si accorgono di preferire il dolore fisico al vivere con la sensazione d’essere perduti in una specie di deserto dell’anima. I genitori salvo eccezioni, sono quasi sempre presenti, ma sono impotenti e comunque disattenti verso questo malessere, cosicché diventano anch’essi molto ansiosi e  iperprotettivi … forse anche troppo… I figli non sanno spiegare il loro senso di vuotezza, di indeterminatezza, di nichilismo.

Allora alcuni ragazzi si vergognano di non sapere giustificare questo tipo di sofferenza che apparentemente non sembra comprensibile a nessuno. Con il tempo si sentono anche in colpa di fronte ai genitori, agli insegnanti che si domandano cosa opprima i ragazzi e che cosa essi stessi potrebbero fare per loro per lenire la loro angoscia.

Finisce che alcuni di questi fanciulli non ancora interi prendano a fingere mostrando come se  tutto andasse bene, ma al tempo stesso qualcuno fra loro prende a tagliarsi con lamette i polsi o le gambe con incisioni dolorose. Ma il dolore portato sul corpo sembra a loro liberare l’anima soffocata da un universo vuoto e da una noia insopportabile che toglie ogni motivazione ad andare avanti. Questi pre-adolescenti e adolescenti non sanno raccontarsi il perché percepiscono un senso di isolamento, perché sono circondati dalla presenza dei  familiari anche se sanno di non essere da loro compresi. Si tratta di un senso di alienazione, di sentirsi estranei al mondo delle cose che essi usano e consumano sulle motivazioni allo studio. Il profitto a scuola  spesso gradatamente diminuisce così come la loro concentrazione nelle cose che fanno. Ridono molto meno e a grande fatica, fissano il vuoto per ore, mangiano sempre meno e prende piede in qualcuno l’anoressia.

Nell’ultima edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), sotto la parola autolesionismo si ascrivono  numerosi comportamenti e condotte. Vengono descritti i danni provocati dai ragazzi a livello fisico con conseguenti sanguinamento, ecchimosi e sperimentazione di sensazioni dolorose. Si parla dunque di autolesioni attraverso oggetti affilati, di bruciature provocate attraverso ustioni, di marchiature attraversi oggetti roventi.

L’atto autolesionistico non è però automaticamente suicidario perché  le persone non intendono il proprio gesto come letale.

Ciò nonostante la mancanza di letalità immediata, non esclude in alcuni casi con il tempo che alcuni tentativi di suicidio negli adolescenti siano compiuti, all’inizio in modo parziale in altri casi in modo definitivo.

L’autolesionismo non suicidario è spesso associato ad altri disturbi psichici, che in qualche modo si erano già notati nelle famiglie e nel mondo della tossicodipendenza.

Perché farsi del male?

Si tratta ovviamente di azioni, acting, fughe in avanti  che supportano vissuti che hanno una  dimensione soggettiva e varia, le cui motivazioni andrebbero studiate attentamente volta per volta.

Bisogna comprendere che l’intenzionalità del gesto è fondamentale e subordinata a certe ragioni particolari.

Il corpo viene tenuto dall’adolescente in ostaggio e sembra in alcuni casi che egli cerchi di ricattare più che autodistruggersi. L’adolescente sperimenta un senso di impotenza e smarrimento tale che è costretto inconsciamente a sovvertire l’ordine delle comunicazione rivolta un loro interlocutore interiore al quale il ragazo chiede anche attraverso il ricatto di restituirgli la sua libertà psichica. Se tu non mi lasci libero, io mi faccio male sino alla morte. Nello stesso tempo, la ricerca del dolore è al contempo un tentativo dell’adolescente di spostare sul corpo ogni tipo di sofferenza soffocante,

Bisogna però anche considerare quel che M. Strong, nel 1998. (con A bright red scream: self-mutilation and the language of pain. New York, N.Y.) ha fatto notare a proposito dei motivi neurofisiologici che l’adolescente utilizza paradossalmenteper stare meglio e come se si facesse del bene. Sul versante neurofisiologico infatti il dolore stimola la produzione di adrenalina. Inoltre c’è qualche evidenza biologica che tagliarsi e bruciarsi possa rilasciare nel cervello oppiacei naturali e altre sostanze chimiche, creando una dipendenza e un ciclo di astinenza. La base biologica della sindrome potrebbe essere connessa addirittura con l’azione della serotonina, l’ormone del senso di piacere, la quale a sua volta è implicata nell’impulsività.

La ferita inoltre si può curare e intanto l’intensa oppressione psichica è in quel momento allontanata. Attraverso la ferita si realizza uno scambio tra psichico e fisico: mente e corpo ritrovano l’unità, anche se in modo ambiguo. L’obiettivo raggiunto in questo modo è quello di evitare che la propria sofferenza sia così diffusa da essere incomprensibile e incontrollabile; la si assicura così in un luogo fisico ben preciso, rendendola visibile sotto forma di un segno sulla pelle.

Il bisogno psicologico di riconfigurarsi è in quel momento soddisfatto.

In fin dei conti la sensazione di non esistere è più angosciosa che l’idea del morire: non sentirsi vivi è inaccettabile e rianimarsi per vivere seppur nel modo sanguinolento,  è meglio che soffocare. In tal senso l’autolesionismo può offrire un senso di sollievo e di rassicurazione.

Le emozioni del vivere anche suscitate dal dolore del corpo si riattivano e riportano ad un senso di identità.

L’autolesionista ha bisogno di percepire se stesso attraverso il suo stesso corpo con il quale nei momenti disperati ha bisogno di ricongiungersi.

Il pre-adolescente nella prima fase, con i suoi atti autolesionistici prova a comunicare che vuole vivere anche se attua con il ricatto per ottenere un’attenzione una violenza verso se steso e gli altri. Egli mette in scena anche  una manipolazione rivolta agli adulti ai quali richiede un aiuto che è spesso difficile cogliere.

Anche se in alcuni casi le azioni masochistiche e autolesive appaiono pure esibizioni non bisogna pensare che non siano intrise di un senso intenzionale concreto che all’inizio mira alla vita e al controllo su di essa attraverso la liberazione dall’angoscia che soffoca.

L’adolescente che si taglia, a volte anche gravemente, come già ricordato, tende infatti a vergognarsi e a sentirsi in colpa più che ad esibirsi passivamente: per questa ragione nasconde le ferite infertosi.

Se questi ragazzi superano il senso di vergogna e di colpa che spesso li costringono a nascondere le loro azioni autolesionistiche si dimostrano disponibili all’aiuto professionale.

Una buona psicoterapia ad orientamento psicoanalitico deve mirare a stabilire un’autentica e forte relazione con il terapeuta per combattere il forte disagio di cui soffre il ragazzo. Si tratta del senso di vuoto e di disorientamento di cui nessuno sembra poter dare una spiegazione. I risultati dovrebbero portare a buoni se non ottimi risultati grazie anche alla giovane età dei pazienti e alla sua flessibilità.

In genere non sono necessari psicofarmaci in ausilio all’intervento psicoterapico.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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