La normalizzazione dello spirito violento

La normalizzazione dello spirito violento

Negli ultimi decenni il teatro cinematografico e televisivo si è riempito di scene che, fino a qualche anno fa, sarebbero state considerate censurabili per il grande pubblico.

Omicidi efferati, esplosioni devastanti, stupri, ferite sanguinose: la violenza è diventata ingrediente costante di film, serie TV e persino  i videogiochi parlano di atti eroici  che esaltano la violenza , il bullismo, le smargiassate onnipotenti, che evocano situazione fantastiche quasi magiche che fanno della realtà qualcosa di allucinante.

I registi dei film non possono fare a meno di introdurre nella pellicole scene secondo algoritmi secondo i quali  è necessario aggiungere scene scioccanti pena la svalorizzazione artistica e commerciale del film.  Se non si aumentano scene eccitanti e terrorizzanti i film sarebbero sub-classati e perderebbero la loro competitività e i loro pubblico anche se sono altamente artistici.

I ragazzi, fin dall’adolescenza, sono esposti quotidianamente a una fitta valanga di immagini cruente.

Il perdono della nostra censura avviene secondo l’idea che la nostra cultura sociale non è più vergine di fronte alla violenza come di fronte alla sessualità più libera e sfrenata. I giovani anche preadolescenti sarebbero quindi immuni, non più influenzabili come accadeva in passato. Ma davvero l’assuefazione alla violenza si è trasformata in  un antidoto, o piuttosto potrebbe nascondere un segnale d’allarme?

Non sono certo del parere che sia più opportuno il ritorno ad una censura ormai obsoleta, semplicemente mi domando sino a che punto certi modelli di violenza sanguinosa di distruzione  a causa di bombe che devastano edifici e territori  di morti a catena per opera di eroi che maneggiano armi automatiche?

Studi psicologici mostrano che la ripetizione continua di scene violente non lascia indifferenti. Al contrario, porta alla desensibilizzazione: ciò che un tempo sconvolgeva diventa banale. Questo non rende necessariamente i ragazzi più aggressivi, ma riduce la capacità di percepire la violenza come evento grave e inaccettabile.

Non mi riferisco tanto al numero di omicidi commessi nel mondo fatta eccezione di quelli che avvengono isolatamente come and esempio accade nel film con Michael Dougles a Los Angeles dove ogni piccolo fastidio si trasforma in una occasione o una miccia che fa esplodere l’aggressività latente e distruttiva tanto da produrre una strage.

Mi riferisco alla violenza dei comportamenti che mi appare  in crescita, e anche alla inciviltà e infine alle guerre in corso che, certamente sono scoppiate fondamentalmente per ragioni politiche, che però potrebbero anche essere mantenute a lungo a causa di  una certa desensibilizzazione del senso umano verso l’umano e il vivente.

Quando la brutalità diventa routine narrativa, si produce un altro effetto: la normalizzazione culturale. Nella mente degli spettatori più giovani la violenza non appare più come un’eccezione, ma come parte inevitabile della vita sociale, quasi una regola del gioco.

Il rischio si amplifica se a incarnare questi modelli sono eroi o antieroi carismatici, capaci di suscitare alla Pavlov quella che si chiama Condizionamento Operante per le menti più fragili  oppure ancora peggio quando il meccanismo Identificazione Introiettava indirizza verso comportamenti emulativi e imitativi., . Se il protagonista risolve i conflitti solo con armi e vendette, il messaggio implicito è che la violenza sia lo strumento più efficace per affermarsi o difendersi.

Le guerre si vincono con la forza e mai con la diplomazia

Indubbiante  l’assenza della censura ha consentito maggiore libertà creativa, ma potrebbe aver peggiorato unasenso di trasgressione ingiustificato che potrebbe condirei un sovvertimento sociale educativo.

La libertà artistica non è in discussione, ma va riconosciuto che le immagini hanno un potere formativo, soprattutto nell’età in cui si costruisce la visione del mondo.

I giovani vengono lasciati soli davanti alle immagini, senza strumenti per decodificarle.

Un giovane potrebbe essere protato a percepire, specialmente se viene da un’altra Società, non italiana,  un immigrato che se non ti fai rispettare con la forza soccomberai. Non solo ma l’esercizio provocatorio della forza a priori potrebbe essere un buon allenamento che fa fa vincere la timidezza. ( vedi le baby-gang )

Inutile ripetere che la scuola dopo la famiglia dovrebbero fare il possibile per trasmettere la differenza illusione e realtà sociale attraverso  percorsi educativi che insegnino a distinguere il teatro della finzione dal teatro del mondo umano con la sua complessità.

Le relazioni dovrebbero essere umane e rispetose nel senso di potenziare la capacità di saper mettersi nei panni dell’altro e immo girare di provare quel che potrebbe provare l’altro .

Le azioni spettacolari servono solo ad alimentare un complesso narcisistico cieco, cioè un apparente e effimero antidoto contro l’insicurezza e uno spazioi vuoto e disorientante.

 

Roberto Pani, Bologna

 

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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