Penso che ci sia un aspetto misterioso nella nostra vita affettiva: quello di non vivere le emozioni nel momento stesso in cui accadono, almeno non completamente. Spesso attraversiamo periodi di autentica gioia senza rendercene conto; li viviamo distrattamente, come se la mente fosse altrove. Solo molto tempo dopo, a distanza di anni, comprendiamo quanto quei momenti fossero luminosi, leggeri, nutritivi. Spesso li rimpiangiamo, ma troppo tardi!
Allo stesso modo, capita di trascorrere fasi difficili, dolorose o persino traumatiche senza percepirne subito la gravità. È solo quando la tempesta si placa che ci chiediamo: ma come ho fatto a resistere a tutto questo?
Questa discrepanza tra il tempo dell’esperienza e il tempo del sentire cosciente è una delle caratteristiche più raffinate e più enigmatiche dell’essere umano.
Perché la mente la riconosce solo dopo? Le emozioni felici, nella maggior parte dei casi, non si presentano come un’esplosione, ma come un clima. È uno stato diffuso che si insinua silenziosamente nella quotidianità. Quando viviamo un periodo buono, una relazione serena, una salute stabile, una casa tranquilla, una routine che funziona, raramente la nostra attenzione si posa su quel periodo benefico.
La mente, per sua natura, registra più facilmente ciò che è minaccioso che ciò che è confortevole. Questo fenomeno, studiato sia dalla psicologia cognitiva sia dalla psicoanalisi, ha una funzione evolutiva: l’allarme ci protegge; la felicità non richiede difese, quindi scivola nella normalità.
Così accade che il benessere vissuto nel presente ci sembri ovvio quasi banale. Solo quando quella condizione cambia, quando una relazione finisce, quando un equilibrio si incrina, quando la salute vacilla, allora comprendiamo che ciò che avevamo era prezioso.
La felicità ha bisogno di un’ombra per rendersi visibile ….?
Se la felicità è segreta il dolore è pungente. Tuttavia in molte situazioni difficili, la nostra psiche attiva spontaneamente una forma di anestesia emotiva, forse rimozione È un meccanismo di sopravvivenza: quando viviamo nell’urgenza, non possiamo permetterci di sentire fino in fondo.
Per questo che chi assiste un familiare malato spesso percepisce il dolore solo quando tutto è finito; chi vive una separazione, un divorzio devastante a volte attraversa i primi mesi come in uno stato di irrealtà; chi subisce maltrattamenti psicologici o pressioni lavorative intense, ne comprende la tossicità solo quando, per la prima volta, respira un clima diverso.
La coscienza emotiva, per emergere necessita di un contesto e di condizioni protette. Finché siamo immersi nella lotta, il sentire pieno sarebbe insostenibile.
Così il dolore arriva dopo, come un’onda lunga, quando l’apparato psichico si rilassagradatamente …
La psicoanalisi descrive questa dinamica in modo chiarissimo: c’è un tempo dell’esperienza e un tempo della significazione. Non coincidono quasi mai. Viviamo una situazione oggi, ma il suo senso affettivo lo comprendiamo domani o dopodomani, a volte anni dopo. L’emozione ha tempi lenti, organici, non sincronizzati con gli eventi esterni. Deve decantare, sedimentare, trovare parole, immagini, significati.
È un processo che ricorda la crescita di un frutto: prima c’è il seme, invisibile; poi il germoglio, fragile; infine il frutto maturo, che possiamo riconoscere e gustare.
Allo stesso modo, una parte di ciò che viviamo è seme; una parte germoglio; una parte, molto più tardi, frutto. Infatti la nostalgia è una delle forme più raffinate di coscienza tardiva. Non è un semplice rimpianto: è uno svelamento che spesso arriva quando siamo anziani e non ci è dato più di rivivere quei momenti allo stesso modo, solo è possibile ricordarli con un senso di mancanza e di vuoto …
Quando la vita ci mette davanti a sfide, perdite o semplicemente mutamenti, la mente riporta alla luce momenti che, allora, sembravano normali . E li colora con un’emozione nuova, più intensa, quasi sacra.
Momenti semplici, un viaggio, un bacio, una conversazione, si rivelano preziosi e significativi.
Questo perché la fantasia nostalgica opera una ricontestualizzazione affettiva: ciò che era normale diventa imprendibile ; ciò che era vissuto senza attenzione diventa un’icona per sempre.
Perché accade ciò?
La parte della corteccia cognitiva del cervello registra in modo immediato e razionalizza e quindi modula l’allarme, la percezione è forse per ragioni di risparmio biologico ridotta al minimo.
La parte più profonda e inconscia del mondo interno, vegetativo, automatico digerisce e metabolizza con lentezza e e poi trasmette a quella più cognitiva e razionale l’esperienza effettivamente sentita
Elaborare un’esperienza significa trasformarla in rappresentazione. Questo processo richiede calma, distanza, e soprattutto una riformulazione del linguaggio interno. Ecco perché i sogni ricordati appaiono con un linguaggio grammaticale e sintattico così strambo e bizzarro tanto che sta allo psicoanalista decodificarli e reinterpretare ciò che il mondo interno vuol significare,
Finché un evento non può essere raccontato a se stessi o agli altri resta silente.
Nella relazione psicoterapeutica durante un trattamento psicoanalitico, questo è particolarmente visibile: ciò che il paziente non aveva mai considerato importante e significativo spesso emerge come nucleo affettivo solo nel racconto, nella risonanza, nell’ascolto reciproco.
E’ quindi difficile rendersi conto dei momenti felici all’istante. La natura stessa dell’esperienza emotiva impedisce una consapevolezza totale in tempo reale. Ma possiamo dilatare la sensibilità:imparando a rallentare, osservando ciò che c’è, non solo ciò che manca, registrando i piccoli momenti di calore, di quiete, di presenza, accogliendo la gratitudine senza forzarla, ascoltando il corpo, che spesso percepisce prima della mente.
È uno stile di vita più che una tecnica: una disponibilità a riconoscere il bene mentre accade, senza dover sempre attendere il passato per vederlo.
In psicoanalisi, questo ritardo non è un errore, ma è utile.
Il lavoro psicoanalitico piò offrire lo spazio in cui:ciò che non è stato sentito può essere finalmente sentito; ciò che è stato troppo si può spezzettare in parti gestibili; ciò che è stato bello può essere riconosciuto e reintegrato; ciò che era confuso può diventare significativo. La mente, nel setting psicoanalitico, riordina la propria storia, rilegge il passato, apre spazio alle emozioni che non avevano avuto voce. È una forma di seconde nascita emotiva. Le emozioni si manifestano secondo un ritmo che non possiamo forzare con la volontà. La felicità può percepiretardi perché è lieve; il dolore arriva tardi perché è troppo pesante.
E noi viviamo in mezzo a questo doppio ritardo, cercando di capire chi siamo e che senso hanno le nostre giornate. Ma forse la verità più semplice è che siamo creature fatte per comprendere la vita solo un po’ alla volta. E in questo lento capire, in questo sfasamento tra ciò che viviamo e ciò che finalmente riconosciamo, c’è la nostra umanità più vera?
Roberto PaniSpecialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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