I nomi, infatti, sono elementi piuttosto arbitrari: non contengono un significato intrinseco, sonoro e colorito. Sentir pronunciare Giovanni, Maria, Stefano, oppure Bianchi o Rossi, non evoca in modo automatico un contenuto significativo; si tratta di un suono che, al suo apparire, ridonda in noi anonimo, una sorta di etichetta convenzionale che riveste la persona. È un suono che il cervello deve recuperare in modo quasi archivistico, associandolo a un volto, a una voce, a un corpo, a una personalità. Per questo i nomi propri sono tra i primi suoni che possono essere richiamati dal deposito della memoria con difficoltà.
Il cervello umano, soprattutto con il crescere degli anni, ma anche già da giovanissimi in alcune persone molto riflessive o creative, tende spesso a privilegiare il significato globale delle esperienze rispetto ai codici puri, come i nomi propri, i numeri, le date o le etichette linguistiche precise.
Intorno ai 15 anni, all’inizio dell’adolescenza, durante le festicciole alle quali ero invitato dai coetanei e dai compagni di scuola, mi venivano presentate ragazze i cui nomi sparivano velocemente dalla mia mente. Rimanevano soltanto quelle immagini che corrispondevano a un corpo femminile che mi affascinava: l’aspetto fisico, il modo di fare. Se poi, conversando con la ragazza che mi affascinava, ero colpito dalle sue parole e dal suo pensiero, non avrei certo dimenticato quella ragazza, includendo anche il suo nome, una volta recuperato nuovamente insieme al suo numero di telefono.
Mi rendo conto che la maggior parte delle persone non si comporta in questo modo, ma cerca di fissare subito il nome all’inizio della presentazione, specialmente se si accorge di provare un minimo di interesse per chi porta quel nome.
Il cervello, comunque, tende a essere impressionato dal senso emotivo che la persona emana attraverso l’aspetto fisico, il carattere, le idee, tenendo conto del tono della relazione e del contesto in cui si svolge l’incontro stesso.
Spesso mi dico: ricordo tutto di lei o di lui, ma non mi viene il nome!
Ciò suggerisce che la memoria semantica profonda e relazionale è ancora presente, mentre si indebolisce la rapidità di accesso all’etichetta verbale, che pure è depositata nell’ippocampo e nella corteccia.
Anche la psicoanalisi e le neuroscienze osservano che il significato emotivo e relazionale viene conservato più a lungo, mentre il recupero lessicale puro, cioè una lieve anomia, risulta più fragile.
Certo, lo stress, l’ansia, la stanchezza, l’insonnia e gli ipnoinducenti possono rallentare ulteriormente il recupero dei nomi.
Non è raro che persone molto colte, che leggono, scrivono e pensano in modo complesso, come spesso accade negli intellettuali, che ricordino perfettamente i concetti ma abbiano esitazioni sui nomi propri. Il pensiero astratto e il pensiero simbolico possono restare molto vivi anche quando il richiamo verbale immediato diventa meno fluido.
In fondo, il cervello umano sembra costruito più per comprendere il significato dell’esperienza che per funzionare come un archivio informatico di codici.
Spesso, nei discorsi ufficiali, l’anomia penalizza, soprattutto quando occorre recuperare rapidamente nomi o parole precise. Il rischio è quello di interrompere il ritmo dell’esposizione e di dare all’ascoltatore un’impressione di esitazione, incertezza o stanchezza mentale, anche quando il pensiero rimane perfettamente lucido.
Se però si continua a costruire ragionamenti complessi, a collegare concetti psicologici, storici e culturali, oppure a scrivere articoli articolati, mantenendo la coerenza del discorso, la capacità astratta, la comprensione e la continuità logica, l’oratore viene spesso perdonato dal pubblico.
L’anomia isolata, specie in persone molto verbali, intellettualmente attive e avanti con l’età, può dipendere anche da rallentamento del recupero lessicale, affaticamento attentivo, ansia da prestazione pubblica, farmaci sedativi o antistaminici, sovraccarico cognitivo.
Molti professori, clinici, attori o conferenzieri anziani sviluppano strategie spontanee: sostituiscono il termine mancante con una descrizione, rallentano leggermente il ritmo, usano strategicamente pause brevi, tengono appunti con nomi chiave. In questo modo, i nomi vengono spesso trasformati in concetti.
Paradossalmente, nel mio ambito psicoanalitico e clinico, un linguaggio meno automatico e più riflessivo può persino risultare più autentico e pensato, purché l’anomia non diventi troppo frequente o invalidante.
Può diventare più difficile per un professore universitario che non prepara le lezioni in modo opportuno. Il rischio è quello di impantanarsi a metà del discorso, perché è proprio quel nome che serve, e non un concetto sostitutivo. Altrettanto avviene nelle conferenze improvvisate, quando occorre citare rapidamente nomi propri, date o termini tecnici specifici.
Qualche volta mi è capitato, durante una seduta psicoterapeutica, di ricordare sogni di un paziente che lo riguardavano e che risalivano a molto tempo prima, sogni che il paziente assolutamente non ricordava. Il paziente spesso si meraviglia della mia memoria, che gli appare quasi portentosa. Quando però il paziente si alza dalla sedia o si solleva dal sofà alla fine della seduta, capita a volte che io mi accorga di non ricordare subito il suo nome, necessario magari per accordarci su un appuntamento o su una questione pratica. Poi, dopo uno sforzo d’attenzione, il nome mi sovviene.
Questo significa che, durante la seduta, io sono immerso profondamente nel film del mio paziente, perché mi sono intensamente identificato con lui e con il suo mondo. Il suo nome, in quel momento, non mi interessa veramente. Soltanto dopo la seduta il suo nome torna a essere importante per questioni pratiche.
Roberto PaniSpecialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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