La normalizzazione della violenza

La normalizzazione della violenza

di Roberto Pani, psicoanalista a Bologna

Negli ultimi decenni il cinema, la televisione e persino i videogiochi si sono riempiti di scene che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate censurabili per il grande pubblico. Omicidi efferati, esplosioni devastanti, stupri, ferite sanguinose: la violenza è diventata un ingrediente costante di film, serie televisive e prodotti digitali. Anche molti videogiochi esaltano atti eroici fondati sulla forza, sul bullismo, sulla smargiassata onnipotente, evocando situazioni fantastiche e quasi magiche che trasformano la realtà in qualcosa di allucinatorio.

Molti registi sembrano non poter fare a meno di introdurre nelle pellicole scene scioccanti, come se esistesse una sorta di algoritmo culturale e commerciale secondo il quale il film, per essere competitivo, debba necessariamente contenere immagini eccitanti, terrorizzanti o estreme. In caso contrario rischierebbe di essere svalutato dal pubblico e dal mercato, anche quando possiede un elevato valore artistico.

I ragazzi, fin dall’adolescenza, sono esposti quotidianamente a una vera valanga di immagini cruente. La progressiva attenuazione della censura si fonda sull’idea che la nostra società non sia più vergine né rispetto alla violenza né rispetto a una sessualità sempre più libera ed esplicita. Si pensa quindi che i giovani, persino i preadolescenti, siano ormai immuni o comunque meno influenzabili rispetto al passato. Ma davvero l’assuefazione alla violenza rappresenta un antidoto? Oppure potrebbe nascondere un segnale d’allarme?

Non sono del parere che si debba tornare a una censura ormai obsoleta. Mi domando però fino a che punto certi modelli di violenza sanguinosa  bombardamenti che devastano città e territori, morti a catena provocate da eroi armati fino ai denti, possano influenzare il modo di percepire la realtà e le relazioni umane.

Numerosi studi psicologici mostrano che la ripetizione continua di scene violente non lascia indifferenti. Al contrario, può produrre una progressiva desensibilizzazione: ciò che un tempo sconvolgeva finisce per apparire normale o banale. Questo non significa necessariamente che i giovani diventino più aggressivi, ma che rischino di percepire la violenza come un evento meno grave e meno inaccettabile.

Non mi riferisco soltanto agli omicidi commessi nel mondo reale, ma soprattutto alla violenza dei comportamenti quotidiani, che mi sembra in crescita: l’inciviltà diffusa, l’aggressività verbale, l’intolleranza e persino le guerre in corso. Guerre nate certamente da ragioni politiche, ma che potrebbero protrarsi anche grazie a una progressiva anestesia emotiva nei confronti della sofferenza umana e della distruzione.

Quando la brutalità diventa routine narrativa si produce un ulteriore effetto: la normalizzazione culturale della violenza. Nella mente degli spettatori più giovani essa non appare più come un’eccezione, bensì come una componente inevitabile della vita sociale, quasi una regola del gioco.

Il rischio aumenta quando questi modelli vengono incarnati da eroi o antieroi carismatici, capaci di suscitare processi di identificazione e imitazione nelle personalità più fragili. Se il protagonista risolve ogni conflitto attraverso armi, vendetta o sopraffazione, il messaggio implicito può diventare pericolosamente semplice: la violenza appare come il mezzo più efficace per affermarsi, difendersi o conquistare rispetto.

È indubbio che la riduzione della censura abbia favorito una maggiore libertà creativa. Tuttavia potrebbe anche avere contribuito a diffondere un senso di trasgressione permanente, che rischia di indebolire alcuni riferimenti educativi fondamentali.

La libertà artistica non deve essere messa in discussione, ma occorre riconoscere che le immagini possiedono un enorme potere formativo, soprattutto nelle età in cui si costruisce la visione del mondo. Troppo spesso i giovani vengono lasciati soli davanti alle immagini, senza strumenti adeguati per interpretarle criticamente.

Un adolescente fragile, oppure un giovane cresciuto in contesti sociali molto violenti, potrebbe convincersi che senza forza e aggressività si sia destinati a soccombere. Peggio ancora, potrebbe ritenere che l’uso provocatorio della forza rappresenti un allenamento utile per vincere timidezza, insicurezza o senso di inferiorità. Alcuni fenomeni di baby-gang sembrano esprimere anche questa dinamica psicologica.

Per questo motivo scuola e famiglia dovrebbero impegnarsi maggiormente nell’aiutare i giovani a distinguere la finzione dalla realtà sociale, il teatro spettacolare della violenza dalla complessità autentica della vita umana. Educare significa anche sviluppare empatia: la capacità di mettersi nei panni dell’altro, immaginando ciò che l’altro potrebbe provare.

Le azioni spettacolari e aggressive spesso alimentano soltanto un narcisismo cieco, un apparente e momentaneo antidoto contro l’insicurezza interiore, il vuoto e il disorientamento esistenziale. Ma dietro l’esibizione della forza rimane frequentemente una fragilità profonda che la violenza non riesce davvero a colmare.

Roberto Pani
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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E tu come la pensi? Scrivimi un commento o inviami una domanda all'indirizzo roberto.pani@unibo.it...

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