di Roberto Pani, psicoanalista a Bologna
Ogni generazione tende a giudicare quella successiva usando i propri punti di riferimento, le categorie della propria epoca e, spesso, anche le proprie nostalgie. Tuttavia, osservando il mondo contemporaneo, alcuni tratti sembrano emergere con particolare evidenza.
I giovani di oggi vivono una condizione psicologica molto diversa da quella delle generazioni precedenti. Crescono immersi in una realtà globale, iperconnessa e velocissima, nella quale l’identità personale è continuamente esposta allo sguardo degli altri, quasi fosse su un palcoscenico permanente. Tale esposizione è vissuta in modo ambivalente: da un lato è ricercata, dall’altro è temuta, perché molti giovani non si sentono sempre all’altezza di sostenere quei riflettori che pure inseguono.
Il bisogno di apparire può allora assumere il significato di un tentativo di emergere dall’anonimato, da una percezione fragile o ancora incerta della propria identità. Il consenso esterno diventa, per molti, una conferma intima, necessaria a ridurre un senso di insicurezza di base.
I social permettono di esporsi volontariamente, spesso a piccole dosi. Promettono maggiore libertà espressiva, ma comportano anche il rischio di fare brutta figura, di essere giudicati, esclusi o svalutati. Molti giovani appaiono emotivamente sensibili, talvolta impulsivi, meno inclini alla capacità di attendere che in passato veniva richiesta per raggiungere gradualmente ciò che si desiderava.
Non molti anni fa, infatti, l’impegno e la pazienza apparivano più facilmente ricompensati dalla possibilità concreta di raggiungere gli obiettivi desiderati. Oggi tale fiducia sembra meno stabile: il futuro appare spesso incerto, competitivo, frammentato.
Fortunatamente, molti giovani sembrano anche più disponibili a raccontare la propria ansia, la depressione, il disagio relazionale e la ricerca di autenticità, che percepiscono sempre più rara nel mondo circostante. In epoche precedenti emozioni e sofferenze venivano spesso nascoste per vergogna. Oggi, invece, alcuni giovani riescono a esprimersi più apertamente, con minore ipocrisia, e ciò può rappresentare una richiesta esplicita di aiuto e di comprensione psicologica.
Un problema psichico, invece di essere nascosto per timore di apparire deboli o inadeguati, viene più facilmente riconosciuto e confessato come disagio. Andare in psicoterapia non è più necessariamente vissuto come un atto vergognoso, ma come un bisogno, o un desiderio, di affrontare i propri problemi con l’aiuto di uno specialista, evitando di covare il malessere in silenzio per anni.
Sul piano delle relazioni familiari, alcuni giovani lamentano la mancanza di una vera funzione paterna e materna. È come se dicessero: …non volevo un padre-amico o una madre-amica, ma un vero padre e una vera madre... Molti genitori, infatti, sembrano essere venuti meno alle loro difficili funzioni educative, sostituendo l’autorevolezza con l’eccessiva amichevolezza, il limite con la facilitazione, la presenza adulta con la gratificazione immediata. In questo modo, i figli rischiano di rimanere imprigionati nel principio del piacere o, come si dice oggi, nella propria comfort zone.
In molti giovani emerge così una difficoltà nel tollerare la frustrazione, l’attesa e il limite. La cultura digitale abitua alla gratificazione immediata: tutto deve essere rapido, accessibile, continuamente stimolante. Questo può rendere più difficile costruire identità profonde e stabili. Molti giovani oscillano allora tra desiderio di visibilità e senso di vuoto interiore.
Esiste inoltre una nuova forma di solitudine. Paradossalmente, i giovani comunicano continuamente, ma spesso faticano a vivere rapporti realmente profondi. La connessione permanente non coincide con l’intimità emotiva. Alcuni sviluppano relazioni intense ma fragili, facilmente interrompibili; altri si rifugiano nei mondi virtuali, nei videogiochi, nelle comunità online o in dipendenze compensatorie.
Sarebbe però ingiusto considerarli semplicemente peggiori delle generazioni precedenti. Altrettanti giovani possiedono qualità oggi molto sviluppate: maggiore attenzione ai diritti individuali, sensibilità verso le discriminazioni e la sofferenza psicologica, apertura culturale internazionale, rifiuto di certe forme autoritarie del passato.
Il problema centrale, forse, non è la presunta decadenza dei giovani (nikilismo) tema antico quanto la storia umana, ma la difficoltà degli adulti contemporanei nel trasmettere riferimenti stabili. Molti padri e molte madri appaiono essi stessi incerti, egocentrati, fragili o desiderosi in tutto il mondo di restare eternamente giovani. I tatuaggi a tutte le età ne sono un chiaro simbolo. In questo senso, alcuni ragazzi crescono senza confini chiari, senza modelli autorevoli ma affettivamente presenti.
Dal punto di vista psicoanalitico, i giovani contemporanei sembrano spesso divisi tra un forte bisogno di individualità e un’altrettanto forte paura dell’esclusione sociale. Vorrebbero essere unici, ma temono di non essere riconosciuti dal gruppo. Da qui derivano nuovi conformismi, meno ideologici rispetto al passato, ma molto estetici, identitari e socialmente codificati.
Ogni generazione, tuttavia, contiene possibilità creative immense. Anche nei giovani più inquieti si osservano spesso intelligenza intuitiva, rapidità mentale, sensibilità simbolica e desiderio autentico di significato.
Peccato che il lavoro non offra spazio a tante predesposizioni cretive e positive ! Quando incontrano adulti credibili, non moralistici ma solidi, molti di loro mostrano capacità sorprendenti di crescita, responsabilità e profondità.
di Roberto Pani, psicoanalista a Bologna
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
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