di Roberto Pani, psicoanalista a Bologna.
La gelosia e la possessività sono esperienze affettive complesse, nelle quali emozioni primitive e sentimenti più stabili e duraturi si intrecciano continuamente. Sebbene nel linguaggio comune vengano spesso considerate sinonimi, dal punto di vista psicodinamico esse rappresentano fenomeni differenti, pur profondamente collegati.
Il bisogno di possesso nasce a un livello molto primario dell’organizzazione psichica e affonda le sue radici in meccanismi neurobiologici antichi, in gran parte automatici, che coinvolgono strutture del sistema limbico, come l’amigdala e l’ippocampo. Questi sistemi, condivisi con gli altri mammiferi e, in forme ancora più primitive, con numerose altre specie animali, sono predisposti a garantire la sopravvivenza attraverso la difesa del legame di attaccamento.
A questo livello ancestrale si attiva il timore che il proprio piccolo possa essere perduto, sottratto oppure sostituito da un altro. Nella madre, ma anche nel padre, seppure in modo diverso, emerge l’angoscia che il figlio non possa più essere mantenuto sotto la propria protezione, come se qualcuno potesse portarlo via o confonderlo con un altro cucciolo. Si tratta di un meccanismo evolutivo che ha avuto un fondamentale valore adattivo nella conservazione della specie.
Da questo nucleo originario prende forma l’angoscia di perdita e di separazione, dalla quale successivamente si sviluppa la gelosia. Nell’essere umano tali meccanismi non scompaiono, ma vengono trasformati e investono le relazioni affettive adulte. Il partner, il coniuge, il figlio, un genitore o qualunque persona emotivamente significativa possono diventare l’oggetto sul quale si proiettano queste antiche paure inconsce.
La gelosia nasce quando si teme che il partner, o una figura importante, possa rivolgere il proprio amore, il proprio interesse o il proprio investimento affettivo verso un terzo. Il nucleo dell’esperienza non è tanto la presenza del rivale reale, quanto la paura di essere abbandonati, sostituiti, esclusi o di non essere più sufficientemente amati.
La possessività rappresenta invece il tentativo di difendersi preventivamente da questa angoscia. Il bisogno di controllare l’altro, di limitarne la libertà o di esigerne continue conferme affettive non nasce necessariamente dal desiderio di dominare, ma molto spesso costituisce un disperato tentativo di controllare i propri fantasmi interiori. In termini psicoanalitici, il controllo dell’oggetto esterno serve a contenere un oggetto interno vissuto come instabile, sfuggente o costantemente minacciato di perdita.
In questa prospettiva, la possessività appare come una difesa contro l’angoscia di separazione, mentre la gelosia rappresenta l’emozione che emerge quando questa difesa vacilla e il soggetto immagina che il legame possa essere spezzato. Entrambe rinviano quindi alle primissime esperienze di attaccamento e alla qualità delle relazioni affettive costruite nei primi anni di vita. Quanto più il bambino ha interiorizzato figure di accudimento affidabili e prevedibili, tanto più potrà vivere l’amore adulto senza dover continuamente difendere il legame attraverso il possesso. Al contrario, esperienze precoci di perdita, incoerenza affettiva o insicurezza possono predisporre a una maggiore vulnerabilità alla gelosia e alla possessività, nelle quali il conflitto non riguarda realmente l’altro, ma il timore inconscio di perdere una parte fondamentale di sé.
Naturalmente l’essere umano non è condannato a rimanere prigioniero di questi automatismi biologici. Le strutture più evolute della mente, in particolare le funzioni riflessive e di controllo esercitate dalla corteccia prefrontale, consentono di modulare gli impulsi originari provenienti dal sistema limbico. Le basi neurobiologiche spiegano l’origine della gelosia e della possessività, ma non ne determinano inevitabilmente gli esiti.
Per questo motivo diventa fondamentale l’educazione ai sentimenti. La famiglia, la scuola e tutte le agenzie educative dovrebbero favorire fin dall’infanzia la capacità di riconoscere le proprie emozioni, di comprenderle e di regolarle, sviluppando progressivamente l’identificazione con l’altro e l’empatia. Imparare a percepire l’altro come un soggetto dotato degli stessi diritti, delle stesse fragilità e degli stessi bisogni significa trasformare un impulso primitivo in una relazione fondata sul rispetto reciproco.
In altre parole, il percorso evolutivo consiste nel passare dal possesso al riconoscimento dell’altro. L’altro non è un’estensione di noi stessi, né un oggetto destinato a soddisfare i nostri bisogni affettivi, ma una persona distinta, autonoma e libera. Potremmo sintetizzare questo passaggio con una semplice affermazione: Tu non sei me, ma sei un essere umano come me. È proprio questa consapevolezza che rende possibile contenere la gelosia, la possessività e la profonda ambivalenza che spesso accompagna il timore della perdita.
Le emozioni primarie appartengono al patrimonio innato della nostra specie; la maturità psicologica consiste però nel non esserne dominati. Quanto maggiore è la consapevolezza di sé e quanto più profonda è l’educazione affettiva ricevuta e coltivata nel corso della vita, tanto più sarà possibile trasformare impulsi antichi in relazioni fondate sulla fiducia, sul rispetto e sulla libertà reciproca. In questo senso, la civiltà non elimina la nostra natura biologica, ma la rende più umana.
Specialista e professore di Psicologia Clinica e Psicopatologia
Alma Mater Sudiorum Università di Bologna,
Psicoterapeuta e Psicoanalista
__________________________________________
E tu come la pensi? Scrivimi un commento o inviami una domanda all'indirizzo roberto.pani@unibo.it...
